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Padiglione Livi

Padiglione Livi

Reparto donne

  • Data di costruzione:
    1914
  • Anno di abbandono:
    1975
  • Funzione:
    abbandonato
  • Utilizzo attuale:
    prossimo alla demolizione
  • Alias:
    “Reparto donne” – “Reparto delle urlanti”
  • Stato di conservazione:
    rovina
  • Numero di piani:
    3

Padiglione Livi. Storia di un reparto

La costruzione del Padiglione Livi, altrove noto come “reparto delle urlanti”, risale agli anni 1909-1911, e fu completata nel 1914, sotto la direzione di Luigi Scabia.

Fu poi ampliato e sopraelevato nel 1934, e sottoposto ad ulteriori modifiche successivamente, dalla costruzione di camere per l’accoglienza delle suore nel 1958 all’ impianto di riscaldamento nel 1960, fino a raggiungere l’assetto definitivo di tre piani e una forma planimetrica a C.

Fu realizzato con i medesimi materiali degli altri padiglioni: in muratura mista di pietrame e laterizio con tessitura irregolare.

Deve il suo nome a Carlo Livi, medico di origine pratese, professionalmente attivo nella seconda metà dell’800.

Il Livi: “un bel repartino”

La destinazione d’uso del Padiglione Livi fu quella di reparto per ammalate, per lo più qui destinate per ricovero volontario che non coatto.

Ciò significa che la loro permanenza era temporanea.

Le pazienti del Livi, in quanto sotto osservazione e non a livelli di gravità di quanti accolti al Biffi o al Ramazzini, potevano uscire, occuparsi di lavoretti nei centri sociali, quali ricamo o dipinto, oppure con i loro sussidi potevano fare acquisti personali allo spaccio del Manicomio, o accompagnare le operatrici a far la spesa.

Ciò ne incentivava senza dubbio il recupero dell’autonomia e della dignità, in una dimensione di umanità.

Alcune infermiere che ci hanno lavorato negli ultimi anni di attività, raccontano che il Livi “era un bel repartino“: non troppo affollato, con pazienti comunque per lo più autosufficienti, ed altre in via di guarigione.

Queste ultime, una volta riacquisita la stabilità mentale, vivevano la degenza quasi come ferie, aprendosi con le infermiere a racconti sulla propria famiglia e la propria storia, magari glissando, per rimozione della memoria, sulle faccende inerenti la fase acuta della malattia (che comunque le operatrici ben conoscevano).

Il padiglione Livi: una storia di cura

In una dimensione di cura ma anche condivisione sincera e dall’ impronta fortemente umana, si potevano instaurare relazioni più profonde fra infermiere e malate.

E così poteva accadere che Giovanna, una bimba adottata e con lo sviluppo affetta da schizofrenia e perciò collocata al Livi, fosse accolta per una breve visita a casa della famiglia dell’infermiera con cui aveva un rapporto privilegiato.

Padiglione Livi
Padiglione Livi

Non era solo una breve parentesi di uscita dal Manicomio per ritagliarsi una pausa dall’ordinaria relegazione nel reparto, e ritrovare un po’ di umanità nelle nuove relazioni sociali: in quella cornice del tutto nuova e priva dell’aspetto contenitivo, a Giovanna, da parte dell’infermiera, fu fatto dono di un cappotto di seconda mano, come a sancire il rapporto privilegiato fra le due e un ricordo da tenere con sé, a memoria del legame d’affetto.

E per di più , sempre a lei, accadde di trovare lì, proprio nella casa materna dell’infermiera-amica, anche i propri genitori adottivi, accolti come ospiti in quella dimora che faceva anche da affittacamere.

È questo un racconto che odora di preparazione al ritorno alla vita. Non un tuffo nel passato, ma un presente che con slancio verso il futuro creava legami indissolubili, troncando le rigidità di schemi, ruoli, confini fra malattia e sanità, fra normalità e anormalità, in un’ottica di integrazione, nell’etimo stesso della cura.

IL Livi e NOF4

In una dimensione ben distante dalla “cura“, il Padiglione Livi ricorre anche nel flusso di pensieri messi su graffito da Fernando “Oreste” Nannetti, alias NOF4, il celebre paziente del Ferri, ad oggi considerato uno dei più vivaci esponenti dell’art brut.

Nel graffito che corre lungo il muro del reparto in cui era ricoverato, pazientemente decifrato dall’infermiere Aldo Trafeli, poi pubblicato nell’opera “Il libro della vita” NOF4 riporta:

“Corazzi Elisabetta di Inghilterra, spinacea, alta, bocca stretta, naso a ipsilon, professione equilibrista trapezista da Circo nata il 1870 nella casbah nel Caucaso, Prussia, morta in 1963 in veste di Frate Francescana, reparto Livi Donne. Diagnosi di decesso: percosse magnetico, somministrazione obbligatoria di narcotici, percosse unciose interne ed esterne”.

Il graffito di Fernando Nannetti (Nof4) su muro del padiglione Ferri

Si tratta della sezione relativa alla genealogia di Nannetti, ma nella sua mente memoria, realtà e fantasia si mescolano, e fra viaggi oltre Manica e vita vissuta, appare appunto il Livi, con un dettaglio oggettivo, concreto, reale: reparto donne.

Ricorrono però anche riferimenti meno edificanti, se frutto di realtà o di fervente fantasia non sappiamo, se direttamente correlati al nostro padiglione non è chiaro: il grido di NOF4 si pone sempre sul confine, talvolta lo supera, e spesso risulta indecifrabile nella sua costruzione mentale.

Quello che però in estrema sintesi del Livi riporta è quanto nella memoria collettiva in effetti è rimasto: “reparto donne”. E questo sostanzialmente è stato.

Chi era Carlo Livi?

Nato da una famiglia di fornai, dopo il diploma all’illustre liceo Cicognini di Prato (lo stesso dove anni dopo si formerà anche D’Annunzio), proseguì gli studi in medicina a Pisa e più tardi, a partire dal 1858, una volta assunto il ruolo di direttore del Manicomio San Niccolò di Siena, contribuì allo sviluppo della disciplina psichiatrica in Italia.

Carlo Livi

Fu mentore, fra gli altri, di Luigi Scabia, che influenzò per quanto concerne l’ergoterapia, già attiva appunto al San Niccolò.

A Carlo Livi si deve non solo la Fondazione della Società di Freniatria Italiana, nel 1873, ma soprattutto appunto il conio del termine “freniatria“, alternativo a “psichiatria“.

La scelta del sostantivo voleva sottolineare l’aspetto organico e dunque patologico della disciplina, tramite l’etimo dal greco φρήν (phrén), che indica la mente in quanto sede della ragione, alternativo a  ψυχή (psyché), anima non in senso cristiano, ma più intesa come interiorità, nella sua valenza metafisica.

Ai fini dell’affermazione di tale disciplina medica ebbe altresì il merito dell’ideazione della Rivista di Freniatria e Medicina Legale che vide il debutto nel 1878, e parallelamente all’indirizzo antropologico della criminologia, aprendo all’antropologia criminale in cui poi si distinse Cesare Lombroso.

Per approfondimenti sulla figura di Carlo Livi

Cosa rimane oggi del Livi

Con il passare degli anni il Livi cadde in uno stato di abbandono: già dichiarato inagibile nel 1973, ne fu proposta la demolizione l’anno successivo, per poi essere definitivamente chiuso nel 1975, tre anni prima dell’entrata in vigore della Legge Basaglia (legge 180/1978).

Il padiglione Livi oggi
Il padiglione Livi oggi

Interessato da un incendio prontamente sedato dai vigili del fuoco il 20 maggio 2017, ormai in stato di completo decadimento, sarà a breve demolito, per lasciar spazio ad un parcheggio multipiano ad uso della REMS (Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza, ovvero il luogo di accoglienza per i colpevoli di reato affetti da disturbo mentale).

Quello che resterà del Livi sarà perciò affidato a fotografie, ricordi, racconto. E forse ad una targa commemorativa che abbiamo chiesto venga affissa per preservarne memoria.

Perché non solo il Livi ma tutto il Manicomio di Volterra – lo si capisce dai racconti che andiamo raccogliendo- più che insieme di edifici con la funzione di cura dei disturbi psichiatrici è stato soprattutto questo: storia di uomini e donne, in un percorso difficile di integrazione, nonché ricerca continua di sprazzi di umanità, oltre la malattia mentale, nell’attenzione per la persona e nello slancio delle relazioni umane.

E questa forse è la pagina più bella di Volterra che certamente non merita di passare sotto silenzio.

Ci stiamo provando. Anche insieme a voi.


Galleria fotografica di Rodolfo Tagliaferri

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