Non mi ricordavo il nome di questa paziente; un po per l’età, che mi rende vagamente distratta e un po perché, in manicomio venivano usati preferibilmente i cognomi e quindi di molte pazienti ne ignoravamo il nome.

La spersonalizzazione era di gran moda in quell’ambiente.

Nel momento del ricovero, non solo veniva tolto loro tutti gli effetti personali, ma anche l’identità, la personalità.

Il nome che avevano scelto per te i tuoi genitori come dono in segno del loro amore; quello che diceva a tutti che eri tu, veniva evitato.

Si preferiva usare il cognome che non era un dono creato per te ma un’eredità di due genitori che magari non avresti preferito avere.

Scrivendo ho ricordato il suo nome: Lorena.

Era Giunta al Verga dopo di me proveniente da un’altro reparto.

Si parlava di lei come di una schizofrenica molto pericolosa.

In effetti guardandola, metteva timore.

Era una donna abbastanza robusta, forse sulla quarantina, ne bella ne brutta con due occhioni neri e cupi che teneva sempre abbassati.

Passava parecchio tempo in cella ed anche, quando aveva il periodo tranquillo e veniva portata giù in sala, aveva sempre le braccia legate in vita.

Sempre imbronciata si isolava in un angolo, si accucciava e restava lì immobile in silenzio ruotando l’indice contro il pollice come se nel mezzo avesse qualcosa di tondo.

Fissava continuamente quel movimento ed era l’unico che faceva fin che non andavi ad alzarla magari per accompagnarla in bagno o per andare a pranzo.

Logicamente ci avvicinavamo sempre in due.

Dicevano che era imprevedibile che improvvisamente scattava e aggrediva.

Sembrava muta ma non lo era.

Tirava fuori la voce solo quando si agitava con frasi sconnesse che gridava piena di rabbia.

Eravamo già nel periodo bello della trasformazione.

Il reparto era aperto , le attività fiorivano nuove e interessanti e cominciavamo a goderne i risultati.

I mutamenti furono tanti anche nel nostro modo di pensare e di agire.

Non era stato facile gettare via tutte le nostre certezze inculcate in passato; c’erano state discussioni crisi, resistenze ma ormai tutto si era appianato e il nostro era diventato il reparto pilota, il primo ad aprirsi all’esterno.

Continuavamo con le nostre riunioni dove programmavamo il lavoro ed in una di queste riunioni, ci fu proposto di instaurare un rapporto di particolare amicizia con una paziente.

La scelta dell’affidamento l’avevano fatta i medici ed io mi sentii quasi male quando annunciarono l’abbinamento “Bagnoli-Lorena”.

La notte non riuscii a chiudere occhio.

Ero tentata di chiedere un cambio ma mi sembrava disdicevole e decisi di tentare.

Come iniziai non lo so, so che ogni tentativo di approccio si smontava davanti alla sua indifferenza.

Mi guardava ma era come se non mi vedesse e non udisse ciò che le dicevo.

Se le offrivo una caramella, la infilava in bocca con voracità e ricominciava a ruotare il pelucchio invisibile fra le due dita.

Nella sua cartella trovai la sua provenienza; Lorena era toscana, la madre e il fratello erano viventi.

Figlia di agricoltori a detta della madre, aveva assistito alla fucilazione del padre da parte dei tedeschi, dopo di che, Lorena aveva smesso di parlare e cominciato a isolarsi.

Era passato un mese e nonostante i miei sforzi, non avevo concluso niente ed ero ormai decisa ad ammettere la mia incapacità.

Un giorno mentre sedevo, sempre più demotivata vicino a lei, notai che non era tranquilla o indifferente come al solito, si muoveva in continuazione e temetti che stesse agitandosi.

Ci sarebbe mancata anche una bella rimbussolata ed io ero a posto!

Stavo per spostarmi da lei quando notai che aveva un polso gonfio.

D’istinto lo toccai e notai che la fascia era stata cucita troppo stretta.

Presi le forbici che portavamo sempre con noi legate alla cintura del camice e tagliai i punti.

Le massaggiai il polso con un po’ di timore e quando alzai lo sguardo, vidi nei suoi occhi qualcosa di diverso che somigliava ad un mezzo sorriso.

Mi feci coraggio e le chiesi se voleva andare in bagno, mi fece si con un cenno della testa.

Ero così emozionata che persi ogni prudenza e senza pensarci due volte le infilai il mio braccio sotto al suo braccio ancora sciolto e l’accompagnai al bagno.

Il ghiaccio era rotto; ora Lorena mi guardava in maniera diversa e continuò a guardarmi così anche quando le ricucii la fascia al polso.

Il nostro rapporto era iniziato.

Quando rientravo, mi cercava con lo sguardo e mi abbozzava quel mezzo sorriso che forse solo io notavo perché più che un sorriso era un’espressione che durava un attimo.

In sala era stato montato un palcoscenico che la domenica ospitava il Carpitelli con la sua fisarmonica che allietava le nostre danze e gli altri giorni vi veniva svolto lo psicodramma a cui, a turno partecipavano alcune pazienti ed un medico.

Praticamente veniva recitata una storia che ricopiava alcuni episodi vissuti dalle pazienti presenti per studiarne le reazioni.

Anche Lorena fu inserita nel gruppo ma la sua storia non le provocò nessuna emozione evidente.

Era come se si fosse creata una corazza di indifferenza che la riparava dal dolore.

Fra le tante attività c’era anche la sartoria e lì Lorena ci stupì.

Senz’altro aveva imparato il mestiere prima di ammalarsi perché riuscì a cucirsi un intero abito a mano con una precisione di punti che erano il risultato di una pratica prolungata.

Nel frattempo, gli assistenti sociali si erano messi in contatto con la madre ed il fratello che, da anni, non avevano avuto più notizie e ormai la consideravano una sepolta viva.

Vennero a farle visita e mentre la madre ed il fratello si scioglievano in pianto Lorena pareva quasi imbarazzata.

Si lasciò abbracciare e baciare e mangiò con voracità tutte le cosine che le avevano portato.

La madre confermò la tragedia della fucilazione e asserì che, per lei, quel trauma scatenò la follia di Lorena che, prima di allora, era stata una ragazza normale.

Mentre parlavamo la donna tirò fuori dalla borsetta un paio di forbicine.

Non feci in tempo a chiederle cosa ne volesse fare che la donna aveva già tagliato una ciocca di capelli a Lorena per riporla con cura in un portamonete mentre mormorava “Chissà se potrò rivederla! Almeno avrò un ricordo”

Provai una gran pena per quella povera madre ma anche per l’indifferenza di Lorena.

Ormai con Lorena mi intendevo abbastanza bene anche se, un po di timore rimaneva, avevo imparato a capire i segnali che mi mandava.

Se mi guardava con quel cenno di sorriso, potevo avvicinarmi e allora si lasciava fare ciò che volevo: si lasciava pettinare e dare lo smalto alle unghie che poi si guardava compiaciuta per tutto il giorno.

Quando non potevo stare con lei, aspettava quieta seguendomi con lo sguardo e, quando invece era stanca della mia attenzione iniziava a darmi dei leggeri schiaffetti su una mano, sempre più veloci, io capivo e la lasciavo in pace.

Avevo scoperto che le piacevano i racconti e allora tenevo sempre a disposizione un libro che le leggevo.

In casa avevo il libro di Anna Frank.

Più di una volta lo avevo preso in mano e poi riposato.

Avrei voluto leggerglielo ero quasi convinta che le avrebbe smosso qualcosa ma il timore che si agitasse mi aveva sempre frenato.

Finalmente mi decisi e entrai in servizio con il libro nella borsa e appena potemmo restare un po insieme cominciai la lettura.

Seduta vicino a me mi ascoltava tranquilla.

Le pagine scorrevano ed io cominciai a pensare che non sarebbe accaduto niente, che si sarebbe schermata con la sua solita indifferenza.

Delle due la più agitata ero io.

Avevo scelto una posizione appartata in un angolo del refettorio adiacente alla sala dove vi erano alcune pazienti insieme a due infermiere, già informate, che ci tenevano d’occhio e che all’occorrenza sarebbero intervenute e questo mi tranquillizzava un po’ ma la prospettiva non mi piaceva un gran che.

Improvvisamente sentii tirare su con il naso; alzai lo sguardo e non credetti ai miei occhi: Lorena stava piangendo.

Non seppi resistere, la abbracciai mentre con una mano facevo cenno alle mie colleghe, già in allarme, di non intervenire.

Lorena si abbandonò al mio abbraccio e al suo pianto, un pianto muto, senza singhiozzi.

Passarono i giorni e Lorena ebbe un periodo di tranquillità.

Non parlava ma riusciva a non isolarsi.

Stava nel gruppo della sartoria e lavorava stando seduta sulla sedia come le altre.

Si era cucita un altro abito che indossava.

Con gli assistenti sociali organizzammo una gita e la portammo al suo paese a trovare i suoi che non credevano ai loro occhi per il mutamento di Lorena.

Quello fu un periodo pieno di sorprese; ci fu la fuitina dell’Anna, la gravidanza dell’altra ragazza della quale, ora mi sfugge il nome ed anche io non rimasi indietro perché ebbi la gravidanza della mia seconda figlia.

In quel periodo ci fu anche un altro cambiamento.

Decisero di fare i reparti misti (non ne ho mai capito lo scopo ma così fu).

Molte delle nostre pazienti furono trasferite in altri reparti per far posto agli uomini, non fu una cosa piacevole specialmente per quelle poverette.

Ripresi servizio dopo i tre mesi di allattamento a orario ridotto.

Facendo tale orario non riuscivo a seguire quello che stava accadendo.

Qualcosa stava cambiando.

Nell’aria c’era un certo nervosismo ma non riuscivo a capire.

Poco dopo aver partorito, andai con la bambina al Verga.

Le mie colleghe ci avevano fatto un bel regalo, volevamo ringraziarle e nel frattempo far conoscere la bimba alle pazienti e in special modo a Lorena che guardandola abbozzò il suo mezzo sorriso e questo mi gratificò e mi tranquillizzò.

L’istinto materno in quasi tutte le pazienti prevaleva sulle loro patologie; infatti ogni bambina proveniente dagli orfanotrofi, lì, aveva trovato, una madre adottiva che le accudiva con immenso amore.

Una mattina rientrando incrociai, per le scale del reparto, un gruppo di pazienti con le infermiere che scendevano a far colazione.

Alcune si fermarono per salutarmi.

Improvvisamente udii un urlo, frasi sconnesse ed un corpo addosso che mi percuoteva ferocemente.

Fu un attimo, prontamente le infermiere la bloccarono e, alla meglio ce la fecero ad allontanarla.

Provai un gran dolore ma più morale che fisico.

Non la vidi più per tutta la mattina ne la cercai. Ero offesa, anche se capivo quella reazione, ero arrabbiata.

Fu un brutto periodo dove sentivo sempre di più la voglia di starmene a casa con la mia famiglia senza dover affrontare tutte quelle problematiche che mi facevano solo star male.

Con Lorena ormai ci evitavamo a vicenda; io per paura e lei, forse per imbarazzo.

Quella mattina che all’improvviso me la ritrovai davanti mi sentii persa ed ero già sulla difensiva quando le vidi alzare, per quanto poteva, le mani legate e accarezzarmi un braccio abbozzando quel suo mezzo sorriso.

Nei giorni che seguirono pian piano, senza dirci una parola ricominciai a curarmi di lei che come al solito mi seguiva paziente.

Una mattina rientrai e non vidi Lorena in refettorio con le altre.

Pensai fosse ancora in cella che ormai era diventata la sua cameretta.

La cercai e non trovandola chiesi ad una mia collega che, con gli occhi umidi ,mi disse che il giorno prima era stata trasferita insieme ad altre pazienti in un altro reparto.

Non credevo alle mie orecchie.

Per ragioni familiari avevo preso due giorni di riposo e proprio mentre ero assente l’avevano trasferita.

Fu una pugnalata alle spalle, non sapevo cosa pensare ne cosa dire.

Avevo una rabbia addosso che mi toglieva il respiro e in quel momento capii cosa provava Lorena quando si agitava, in quel momento avrei gridato ma non potevo perché ero ancora incredula.

Mi sentivo tradita e punita forse, perché ultimamente, non avevo seguito Lorena come avrei dovuto ma d’altronde, avevo anche altre cose da fare e l’orario era limitato.

Avevano approfittato della mia assenza per spedirla come un pacco postale e questo mi feriva e distruggeva tutta la fiducia che avevo riposto nei due medici.

Restai nell’ingresso ad aspettarli a stento trattenni le lacrime e la rabbia.

Quando arrivò il primario mi cinse le spalle con il braccio sospingendomi nel suo studio.

Sembrava dispiaciuto e tristemente mi disse che non era riuscito ad evitarlo, erano decisioni amministrative nelle quali non poteva intervenire.

Mi sembrò molto amareggiato; conoscevo ormai da tempo la sua onestà intellettiva e gli credetti.

Cercò di consolarmi e fra le tante cose mi disse e mi consigliò di pensare al mio futuro, di fare la domanda per andare a lavorare sul territorio perché presto, il nostro reparto, sarebbe stato chiuso insieme ad altri e mi confidò che anche lui aveva intenzione di trasferirsi a Firenze per lavorare nel suo O.P.

Nonostante le spiegazioni rimasi amareggiata e delusa.

Non riuscivo non pensare a Lorena, a come si sarà sentita abbandonata e tradita.

Non poter aver voce e non essere padroni della propria vita, della propria libertà deve essere atroce.

Non aver diritto di decidere e dover sottostare alle decisioni altrui senza potersi difendere in alcun modo; che cos’è questo se non violenza?

Queste sono le violenze mascherate che ti spaccano il cuore, la mente e ti devastano per sempre.

Ero disgustata e ce l’avevo con tutti. Decisi che non sarei andata a lavorare sul territorio né in altri reparti.

Volevo chiudere con la psichiatria; non me la sentivo più di prendere in giro la gente.

Gira e rigira non cambiava niente; loro erano i malati, ci dispiaceva, ma restavano tali senza poter cambiare la loro posizione.

La cosa che mi tormentava la coscienza era che avevo contribuito ad illudere Lorena che qualcosa potesse cambiare.

Le avevamo fatto intravedere una vita migliore e poi era stata rigettata nell’inferno senza nessun scrupolo.

Ormai erano carne da macello e così venivano trattati.

Avendo anche il diploma di infermiera generica, decisi di andare a lavorare all’ospedale civile anche se sapevo che sarebbe stata dura; il lavoro era completamente diverso e quindi avrei dovuto cominciare da capo ed imparare tutto come una principiante.

Cercavo di dimenticare i miei 13 anni di manicomio anche perché non ne ero proprio fiera.

Spesso mi tornava in mente Lorena ma era un pensiero che mi faceva star male e quindi lo ricacciavo subito ma un giorno non resistetti decisi di sapere che fine aveva fatto.

Suonai il campanello con il cuore in tumulto che aumentò i suoi battiti quando vidi l’infermiera che venne ad aprire: con lei qualche volta avevo avuto delle discussioni; in poche parole era un’accanita anti basagliana.

Le dissi che ero venuta a far visita a Lorena e se potevo vederla.

“Ti accompagno” mi rispose con un sorrisetto sospetto.

Mi guidò verso la sala e con aria soddisfatta, me la indicò

“Ecco la malata che avevate guarito!”

Lorena era lì, chinata in un cantuccio, con le braccia legate che ruotava il suo peluzzo invisibile fra l’indice e il pollice.

Posai di scatto il pacchetto di dolci nelle mani di quell’arpia ed uscii più svelta che potevo.

Mi chiusi in macchina e detti il via alle lacrime.

Mi sentivo un verme dovevo piangere perché altrimenti sarei esplosa tanto ero piena di rabbia e di vergogna.

Come Lorena anche io mi sentivo illusa e imbrogliata da tutti quei maledetti.

Decisi di dimenticare, di non parlarne più, ero stata una sciocca, ci avevo creduto.

In realtà non è così che funziona; puoi stare un po’ senza pensarci, poi i ricordi ritornano, i sensi di colpa riaffiorano ed eccomi qui.

Ottorina Bagnoliex-infermiera O.P.V.

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