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Mai stata una fabbrica di matti

Mai stata una fabbrica di matti

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Caro Direttore, nel quotidiano «l’Unità» del 18 marzo u. s. si leggeva a caratteri assai grandi questo roboante titolo: «Si chiude finalmente a Volterra la fabbrica dei matti»; l’articolista si firmava Andrea Lazzeri.

Io, come modesto infermiere, e come me, credo alcune migliaia di persone, si siano sentite indignate (se non offese) nel leggere quanto riportava l’Unità di quel giorno; è proprio a mezzo del vostro giornale che vorrei rispondere a questo signore, per dimostrargli che l’O. P. di Volterra non è una fabbrica bensì un luogo di cura dove, da più di cento anni, si lotta, si studia e si cerca difendere questi poveri esseri atti ad inserirsi nuovamente nella società umana, malgrado che questa, nonostante ciò che se ne dica, li respinge ancora.

Vorrei che lei signor Lazzeri si rendesse conto di ciò che questa fabbrica ha fatto fino ad oggi per questi infelici.

Ai primi albori del ‘900 con pazienza e con amore i ricoverati (quelli idonei) venivano indirizzati a dei lavori a loro più congeniali; in seguito con le nuove terapie, lèggi cardialsolterapia, insulina-terapia, elettro-choc e persino sono state effettuate in ben cinque soggetti schizofrenici, che andavano dai 20, 30, 40, 50, 60 anni operazioni di leucotomia.

In seguito sono giunti i sedativi e così sono stati tolti anche ai più pericolosi i mezzi di contenzione; sono stati aperti i reparti, è stata acquistata una villa al mare in località «La Mazzanta», affinché i nostri alienati potessero godere dell’elioterapia come dei comuni cittadini.

Non solo la nostra amministrazione si è limitata a quanto sopra, ma, addirittura, ha messo a disposizione alcuni quartieri affinché alcuni soggetti si creassero una famiglia, al fine di condurre una vita libera e indipendente.

E questa lei, signor Lazzeri, la chiama una « fabbrica»? lo la chiamerei umanità.

Non so se lei è a conoscenza del lungo calvario che trascorrono questi ammalati prima di giungere all’O.P.

In ogni caso cercherò, se lei non ne fosse a conoscenza, di illuminarla.

Ai primi sentori della malattia si preoccupa subito di ricorrere ad uno specialista, libero professionista, naturalmente non convenzionato, il quale, dopo una terapia più o mena intensa, ne consiglia il ricovero in clinica privata, come ve ne sono tante.

Quando la famiglia si è fatta « spremere » fino all’esaurimento si decide di portarlo all’ospedale psichiatrico, dove si viene curati nella stessa maniera, ma senza una speculazione economica, bensì attraverso l’assistenza mutualistica.

Fin che esistono i genitori, almeno una volta alla settimana, si recano trovarli, per seguire i progressi o meno della terapia; una volta che i genitori, purtroppo, invecchiano o muoiono, allora le visite si diradano.

Rimangono le sorelle o i fratelli ,ma anche loro si creano le loro famiglie, con le esigenze della vita, ogni tanto con sforzi economici non indifferenti, si recano a trovare il loro congiunto.

Nel proseguire del tempo si riducono le visite pasqua o a natale, fino a cessare del tutto.

A questo punto rimane la città di Volterra, che con tanta comprensione ed umanità accoglie questi infelici
fa loro vivere la vita come cittadini qualunque.

Il cittadino volterrano se li trova accanto, nel bar, alla partita di calcio al cinema, ecc. e non li respinge, ma li accoglie con comprensione e non dice mai: «Ero vicino ad un matto!» ma ad Ottorino, Giuliano, Sandro ecc.

Questa, signor Lazzeri, la città della «fabbrica dei matti» come lei la definisce nel suo articolo.

Con questo non voglio entrare in polemica, ma ho voluto esporre quanto sopra perché la gente non creda che l’O. P. di Volterra sia un affare commerciale, ma è invece un’opera altamente umanitaria.

Vittorio Fontana

La penso come lei, anche se non ho letto l’articolo incriminato.

Il titolo è di effetto, ma senz’altro infelice.

Mai stata una fabbrica di matti