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Non scriverà mica matti quando parlerà di noi?

Non scriverà mica matti quando parlerà di noi?

Data di pubblicazione:

1 Agosto 1976

Titolo:

Non scriverà mica matti quando parlerà di noi?

Autore:

Andrea Lazzeri

Testata giornalistica:

l’Unità

TAG:

Assemblee tra ospiti, parenti e medici a Villa Mazanta di Vada

È la preoccupazione di un ammalato offeso dall’uso del termine da parte di un giornale – «Mi piacerebbe lavorare, lavare le macchine» – Una donna elenca il nome ed il numero delle medicine che in altri istituti ha dovuto prendere

PISA, 31

La villa Mazanta [Mazzanta] è un edificio vecchio ma funzionale simile a tanti altri di Molino a Fuoco, una località turistica vicino a Vada.

Intorno alla villa uno spiazzo ghiaioso con delle panchine, un po’ di prato ed alcuni alberi (per lo più alti eucalypti): al di là di una siepe, che divide a metà il giardino, trenta o quaranta sedie, disposte a semicerchio intorno ad un lungo tavolo, che si riempiono nei pomeriggi in cui villeggianti della Mazanta [Mazzanta] fanno le loro assemblee.

Alla villa si accede dalla strada per un grande cancello spalancato ed incustodito: alle finestre nessuna traccia di inferriate: due fatti normali in una casa di villeggiatura, inconsueti invece quando la casa ospita villeggianti da altri definiti « pazzi ».

Siamo arrivati alla villa Mazanta [Mazzanta] su invito del prof. Pellicanò, direttore dell’ospedale psichiatrico di Volterra, che organizza insieme ai suoi collaboratori ed infermieri, la vita dei degenti nel periodo in cui si trovano al mare.

Nel pomeriggio si svolgerà un’assemblca alla quale parteciperanno gli ammalati, i loro parenti che sono venuti a trovarli, il personale dell’ospedale, le assistenti sociali.

È presente anche il presidente dell’amministrazione dell’ospedale di Volterra.

Appena arrivati alla villa, il prof. Pellicanó riunisce il personale per una breve riunione in cui si spiegano gli scopi dell’iniziativa.

Alla villa Mazanta [Mazzanta] sono arrivati oggi anche i degenti di un nuovo reparto che hanno preso il posto di quello precedente.

I malati dell’ospedale psichiatrico sono infatti divisi per reparti a secondo del luogo di provenienza: quello di oggi è il reparto di Piombino.

Una volta, non molto tempo fa, anche a Volterra la divisione per reparti avveniva secondo una classificazione comportamentale dell’ammalato per cui c’era il reparto « agitati », « calmi » e cosi via.

Era un’ulteriore segregazione nella segregazione, una seconda etichetta attaccata sotto quella, più vistosa, di « pazzo ».

I reparti a villa Mazanta [Mazzanta] corrispondono alla zona sociosanitaria di provenienza.

Ma a cosa può servire una gita al mare, una villeggiatura come quella di villa Mazanta [Mazzanta]?

« Una esperienza di questo genere serve innanzitutto ad ampliare lo spazio sia conoscitivo che di rapporti umani che è limitato dalle mura dell’ospedale ».

Ma serve anche alla gente per infrangere tutta una serie di preconcetti verso gli ammalati dei manicomi che di fatto hanno l’unico scopo di riprodurre a livello di costume la separazione e l’emarginazione che la struttura manicomiale istituzionalizza.

Si tratta quindi di rompere la macchina «destoricizzante» (un termine, questo, che ricorre frequentemente nel frasario dei medici e degli operatori) del manicomio come è stato costruito ed inteso per decenni.

L’individuo che entra nell’ospedale psichiatrico perde contatto con il sociale: i suoi bisogni sociali vengono surrogati dall’intervento di farmaci.

Più l’individuo si ribella ad una risposta puramente farmacologica e repressiva ai suoi bisogni più aumenta l’intervento repressivo e violento nei suoi confronti (camicie di forza, iniezioni di calmanti, ecc.)

«Al 90% dei casi – afferma il prof. Di Norscia – “il pazzo” non è altro che un cittadino che ha visto frustrate certe sue esigenze sociali ed è stato emarginato dalla società».

Non è un caso che le statistiche degli ammalati diano un’alta percentuale di sottoproletari, disoccupati, di persone appartenenti alle classi meno agiate.

Il manicomio cosi come è non serve a guarire, non assolve ad una funzione di reinserimento, ma al contrario spesso danneggia ed aggrava la malattia.

Avere contatti con la gente è importante per un reinserimento del paziente.

Gli enti locali hanno risposto in modo abbastanza soddisfacente ma è ovvio che il nodo è altrove.

Basti pensare che i testi su cui si formano futuri medici psichiatri si basano su teorie che risalgono ai primi del secolo.

Ma qualche cosa, seppur con fatica, si sta muovendo.

In questi giorni al festival dell’Unità di Vada ci sarà una serata in cui parteciperanno anche gli ospiti della villa Mazanta [Mazzanta] insieme ad esperti delle questioni psichiatriche (dovrebbe intervenire anche Giovanni Berlinguer).

Nell’assemblea che si svolge al di là della siepe di villa Mazanta [Mazzanta] gli elementi della problematica dell’immaginazione si ritrovano nei discorsi degli ammalati

C’è Mario che è stato dimesso una volta dall’ospedale, è tornato nella sua città e li non ha trovato né la casa che prima aveva né il lavoro; dopo poco la sua « malattia » è ritornata ed è stato rinchiuso un’altra volta.

C’è Cateno che di fronte alla sua difficoltà a parlare è stato isolato in una casa di cura a Milano ed aveva perduto la capacità di dire anche quelle poche parole che sapeva.

Ora vuole andare a lavorare: gli piacerebbe lavare macchine.

Un altro si è offeso perché in un articolo su un giornale (gli ammalati quotidianamente hanno a disposizione giornali e riviste) li avevano definiti « pazzi », sinonimo di emarginati.

E poi ancora interventi, alcuni apparentemente sconnessi, ma tutti con una loro logica profonda.

Una donna si alza ed elenca il nome ed il numero delle pasticche ed iniezioni che ha dovuto prendere.

Tutti chiedono quando potranno tornare a casa, alcuni si lamentano del fatto che gli amministratori invitati non sono venuti.

« Da otto anni ascolto queste assemblee – dice Pellicanòed ogni volta che i pazienti parlano, si esprimono con grande serietà e dolore ».

C’è ancora chi vorrebbe parlare magari intervenire un’altra volta, ma l’ora è tarda e l’assemblea deve terminare.

Andrea Lazzeri

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