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Istituti Ospedalieri e di Recupero (Piero Fiumi 1946)

L’articolo che ora pubblichiamo fu redatto nell’autunno del 1944, quando ancora la guerra infuriava sulle nostre terre, e la linea Gotica ci separava dall’Italia del nord. Inserito in quella serie di brevi monografie concernenti problemi locali che, aggiornate, via via stampiamo su questo giornale, lo scritto non potè vedere la luce per le severe restrizioni deali alleati degli sulla stampa. Non abbiamo creduto necessario modificarne il testo, perché i gravi problemi allora percepiti da una ristretta minoranza si manifestano oggi nella loro impressionante realtà.


Il complesso ospitaliero della città di Volterra sorpassa di gran lunga l’interesse locale, poiché l’ospedale psichiatrico, che di quello fa parte, è da considerarsi tra i più importanti d’Italia.

Una istituzione, giuridicamente eretta a ente morale, denominata «Istituti ospedalieri e di ricovero della città di Volterra», sostituita per legge nel 1937 alla vecchia Congregazione di carità, amministra, oltre l’ospedale psichiatrico, l’ospedale civile, la casa di riposo Principi di Piemonte, l’orfanotrofio Ricciarelli, il collegio S. Michele.

Non ci interessiamo per il momento di questi istituti minori – tutti peraltro attrezzati in modo eccellente e dotati di autonomia di mezzi per richiamare l’attenzione del lettore sui problemi inerenti l’ospedale psichiatrico.

Questi nacque nel 1888, quale sezione di dementi tranquilli appartenenti alla provincia di Pisa,
da dimettersi dal manicomio di Siena. Il primo nucleo sorse aggregato al ricovero di mendicità, che aveva sede nel fabbricato del soppresso convento di S. Girolamo. La saggia amministrazione della Congregazione di carità, presieduta da Aurelio Caioli, potè in breve tempo accumolare degli avanzi amministrativi non indifferenti e dare largo sviluppo al reparto dei dementi innocui, la cui gestione, nel 1897, fu separata da quella del ricovero di mendicità, che si trasferi definitivamente nei locali del monastero di S. Chiara.

Si decise allora di trasformare in vero e proprio manicomio l’Asilo dei dementi, affidandone la direzione ad un alienista. Il primo psichiatra preposto alla direzione fu Antonio Gammarelli, a cui succedettero Augusto Giannelli e Luigi Scabia.

Cambiato il nome in Frenocomio di S. Girolamo, nel 1902 l’Asilo dementi fu eretto in ente morale, pur sempre dipendendo amministrativamente dalla Congregazione di carità.

La prima provincia che trasferì gli ammalati di mente nel promettente istituto fu Porto Maurizio, alla quale seguirono Pisa e Livorno. La costruzione di nuovi reparti e di locali adibiti ai servizi fu resa indispensabile dall’ incremento che il frenocomio andava assumendo; tanto che in breve volger di anni i volterrani videro sorgere, tra la valle di Pugneto ed il poggio alle Croci, una vera e propria città ospitaliera.

La massima espansione fu raggiunta nel 1937-39, sotto l’amministrazione dell’avv. Paoletti, quando il numero degli ammalati ricoverati nell’istituto superò i 4.500.

Con la guerra, il numero delle presenze è andato via via diminuendo, tanto che oggi gli ospiti non sorpassano i duemila. Le cause di una così forte rarefazione vanno ricercate in due ordini di fatti: uno contingente, in dipendenza dei disagi causati dallo stato di guerra, per cui il vuoto lasciato dall’accentuata mortalità non ha potuto essere colmato, nemmeno in parte, da nuove ammissioni, ostacolate dalla mancanza dei mezzi di trasporto e dall’impossibilità di comunicare con le provincie non liberate.

L’altro dalla tendenza che si va delineando in certe provincie, di ricoverare i propri ammalati in case di cura private, le quali praticano delle rette di degenza inferiori. Se ne è avuto l’esempio con il trasferimento, nel marzo 1943, di tutti i ricoverati della provincia di Imperia in un istituto condotto dalla comunità religiosa dei Fatebenefratelli nel Bresciano, mentre già diversi anni prima la provincia di Livorno, pur a noi così vicina, aveva avviato parte dei suoi ammalati a una casa di salute di Bologna.

La larga diffusione raggiunta in questi ultimi tempi dalle cosiddette case di cura, dirette da personale laico o religioso, ha completamente mutato le sorti del nostro ospedale, il quale, non alimentato durevolmente da una provincia di forte popolazione, ha, ed ancor più avrà nell’ avvenire, una esistenza
aleatoria. Non dobbiamo cullarci nell’ illusione che con il ritorno alla normalità assisteremo ad un aumento importante del numero dei ricoverati, superiore all’affluenza determinata dalle normali ammissioni: anche se un fenomeno del genere avverrà, avrà un carattere transitorio; mentre si profilerà in tono ancor più minaccioso che nel passato il pericolo che le provincie convenzionate ritirino i loro ammalati.

Il nostro istituto praticava prima della guerra delle rette inferiori a quelle degli altri importanti ospedali psichiatrici d’Italia, ma non poteva resistere alla concorrenza — brutto termine, ma purtroppo appropriato — degli istituti privati, i quali beneficiano di minori spese di assistenza e di organizzazione.

Le amministrazioni provinciali non guardano molto per il sottile quando si tratta di realizzare delle economie di bilancio. Poco importa che l’istituto disponga di attrezzati laboratori scientifici, pubblichi una rivista di studi di psichiatria, pratichi i più moderni sistemi di cura: cosa conta per la contabilità provinciale è spendere il meno possibile.

La questione del manicomio di Volterra si presenta pertanto in questi termini: l’organizzazione dell’istituto è tale che almeno 4000 presenze sono indispensabili per garantire una equilibrata ripartizione delle spese generali a carattere costante, quali gli stipendi del personale di assistenza ed impiegatizio, la manutenzione dei gabinetti scientifici e le spese — come combustibile per la lavanderia e la cucina, luce, forza motrice, riscaldamento ecc. — che gravano con pressoché uguale intensità qualunque sia il numero dei ricoverati.

Dato che le presenze attuali sono molto al disotto di quella cifra, tanto che diverse sezioni sono vuote, si impone per gli amministratori dell’ente la necessità di riportare l’istituto al livello di 4000 ricoverati, affinché il costo del malato possa mantenersi in una misura non inferiore, non diciamo a quella delle case private, ma almeno a quella degli altri manicomi della Toscana.

Tale compito è oggi tutt’altro che facile; ma, d’altro canto, se non potremo riportare il costo del malato ad un limite ragionevole, sarà problematico fronteggiare quei pericoli che minacciano di travolgere le basi stesse dell’istituto.

Il rigoglioso sviluppo che il nostro ospedale raggiunse negli anni decorsi non è stato determinato da ragioni immutabili nel tempo, ma ha trovato origine nella possibilità che le provincie prive di manicomio proprio vi trasferissero gli ammalati di mente, con il proposito di realizzare una economia di bilancio. Si tratta quindi di un fattore economico e transitorio il quale, dopo aver favorito l’ incremento ospitaliero di S. Girolamo, agisce ora in senso completamente contrario.

Se noi vogliamo che l’istituto sia fiorente in avvenire, come lo è stato nel passato, sì chè in esso trovino possibilità di vita un importante numero di salariati e di impiegati, e che ad una previdibile esistenza aleatoria si sostituisca la sicurezza della continuità, non dovrà ulteriormente rimandarsi l’impostazione del problema nella sua reale prospettiva, anche se sconcertante, lasciando ai sognatori ed agli incompetenti la illusione del miraggio post-bellico.

Le provincie oggi convenzionate sono quattro: Savona, Spezia, Pisa, Livorno. Oltre gli ammalati di queste circoscrizioni, l’ospedale ricovera uno scarso numero di dementi della provincia di Roma ed ha in vita una importante sezione giudiziaria.

Pisa e Livorno potranno forse rimanere in ogni caso, ma non sarà molto facile impedire alle provincie di Spezia e di Savona di trasferire i loro ammalati in case di cura vicine e più convenienti. È, noto come quelle amministrazioni provinciali abbiano chiaramente agitato negli ultimi tempi tale minaccia, e come non sia stato facile superarla. Spezia aveva già deciso, nel 1942, il trasferimento in altra località dei dementi tranquilli.

Il pericolo si è aggravato, perché, data l’attuale situazione, gli ammalati delle due provincie liguri trovano certamente ricovero in istituti vicini, determinando uno stato di fatto a noi sfavorevole.

La provincia di Roma, che nel nostro manicomio aveva trasferito gli ammalati occasionalmente, li ritirerà senz’altro, come aveva già stabilito in precedenza. Nella migliore delle ipotesi li tratterrà a esaurimento. Nei tempi in cui l’ospedale di Volterra poteva offrire agli enti convenzionati condizioni vantaggiose, facilmente si colmavano i vuoti, e ad una provincia uscente un’altra se ne sostituiva (vedi i casi di Grosseto, Nuoro, Viterbo); domani, per le ragioni esposte, molto difficoltosa, se non addirittura problematica, si presenterà l’adesione di nuove comunità. Non dobbiamo d’altronde dimenticare di raffigurarci l’istituto quale un ente di beneficienza necessitante di un assetto sicuro e definitivo, e non un’azienda in continua ricerca di affari ed in travaglio di assestamento.

Se il legislatore interverrà con una norma di carattere generale, riservando ai soli istituti psichiatrici propriamente detti il ricovero degli ammalati di mente, la vita del frenocomio di Volterra sarà durevolmente assicurata. Ciò risponderebbe del resto a criteri d’ ordine morale, nel senso di sottrarre alla speculazione privata l’ assistenza degli alienati, per convogliarla verso quelle istituzioni che, per la loro tradizione e la loro importanza, danno garanzia che al ricoverato sarà riservato un ottimo trattamento ed un efficace sistema di cura.

Nell’ipotesi che il governo non dovesse risolvere favorevolente per gli istituti psichiatrici la questione che abbiamo prospettato, s’impone la ricerca di un un’altra soluzione. Non si creda infatti che gli organi governativi accettino senza resistenza il punto di vista che abbiamo sommariamente esposto, quand’anche il ministero della Giustizia, per ragioni di economia, aveva ultimamente preso l’abitudine di collocare i dementi giudiziari presso case di cura private, tanto che mai coprì il minimo convenzionato con l’ospedale di Volterra.

Anche in condizioni più favorevoli, l’Ospedale difficilmente potrebbe ridurre il costo del malato ad un limite che induca le amministrazioni provinciali non convenzionate a ricoverarvi gli ammalati di mente. È da contentarsi se la retta si manterrà ad un livello tale da non suscitare anche nelle provincie più vicine e più affezionate il desiderio dell’evasione. Nell’attuale fisionomia dell’ ente una riduzione di costi comporterebbe la smobilitazione di parte del personale e l’adeguamento dell’ istituto ad un nuovo stato di cose: significherebbe rinunziare, forse definitivamente, ad ogni idea di espansione. Tutto ciò va evitato, anche se le possibili soluzioni comportassero, per l’Ospedale psichiatrico, la perdita dell’autonomia e la trasformazione sostanziale dell’organismo. Le cause della crisi trovano ragione nella costituzione dell’ente; ed un malessere costituzionale non può essere curato con provvedimenti di carattere transitorio e di effetto limitato.

Potrebbesi costituire un consorzio di provincie, al quale fosse avocata la gestione del manicomio. Da convenzionate esse diverrebbero proprietarie; ed a questa nuova soluzione sarebbero interessate non solamente le amministrazioni provinciali di Pisa, Livorno, Spezia e Savona, ma quegli altri capoluoghi della Toscana (per es. Apuania e Grosseto) e viciniori che non dispongono di frenocomio.

La cessione dell’ istituto dovrebbe essere negoziata con accorgimento ed in un momento per noi non sfavorevole: le forti somme che se ne potrebbero ricavare andrebbero ad aumentare il patrimonio delle altre istituzioni di beneficienza cittadine, costituendo possibilmente una saldissima riserva di beni fondiari e immobili, come è il caso, per esempio, della Congregazione di carità di Faenza.

Il privilegio dell’ assunzione della mano d’opera locale potrebbe essere salvaguardato inserendo una clausola preferenziale per i volterrani nel reclutamento degli infermieri, operai, impiegati avventizi; mentre
i particolari interessi cittadini avrebbero eco nella nuova amministrazione qualora in essa figurassero, per disposizione statutaria, anche elementi del luogo, o, meglio ancora, che l’ente attuale si riservasse una partecipazione nel consorzio. In altro modo, potrebbe lo Stato intervenire, assumendosene la gestione totale o parziale: in questo caso avrebbe certamente forte sviluppo la sezione giudiziaria.

Sia la soluzione consorziale — forse non facilmente realizzabile oggi — sia la cessione allo Stato, non costituiscono una novità nella storia dell’istituto. Acuti amministratori avevano nel passato intuito che l’Ospedale psichiatrico, con la sua forte espansione, era un pò il gigante dai piedi di argilla: privo di
un forte apporto di ammalati della provincia – come è il caso, per esempio, degli istituti di Milano e di Roma – dubitarono potessero durevolmente mantenersi quelle condizioni che ne avevano favorito l’ascesa. Cosi nel febbraio del 1921 l’amministrazione cittadina aveva deciso di negoziare la cessione del manicomio ad un consorzio di provincie; ed una deliberazione del commissario Prefettizio, sullo scorcio del 1938, intesa a porre a capo dell’Amministrazione un funzionario governativo avente il grado di vice prefetto, doveva costituire il primo passo per la trasformazione dell’ente cittadino in azienda statale. La miopia di alcuni esponenti locali estranei all’Amministrazione seppe scorgere in questi provvedimenti di largo respiro solo una menomazione alla sovranità paesana, e la sorda ostilità fece naufragare, al sorgere, i promettenti e solidi presupposti della vita del nostro organismo.

I due momenti erano particolarmente propizi: nel passato dopoguerra le provincie convezionate mostravano di gradire la diretta partecipazione dell’istituto; nel periodo posteriore al 1930 il ministero della giustizia seguiva con crescente interesse la vita della fiorente sezione giudiziaria annessa all’ospedale di Volterra.

Come la situazione va attualmente delineandosi, è da escludere che il manicomio possa, con le sole sue forze, riacquistare la perduta preminenza e floridezza. Solo lo Stato potrebbe forse accrescere la vitalità dell’istituto, ricoverandovi un forte numero di ammalati giudiziari, o suscitando delle iniziative atte ad aumentare le presenze dei ricoverati. Ma per raggiungere questo risultato è necessario che il frenocomio
sia assorbito dall’organizzazione statale, si che il suo sviluppo dipenda dal costante interessamento degli organi centrali.

Iniziative rivolte ad aumentare il numero delle degenze non possono avere effetti di vasta portata senza l’intervento di un ente di inesauribili possibilità. La recente esperienza insegna che soluzioni parziali, come apertura di sezioni di ospedali militari, tubercolosari, riformatori, ecc., si dimostreranno sterili se gli organismi che quei reparti-devono alimentare non parteciperanno alla proprietà dell’Istituto.

La formazione di un consorzio di provincie potrebbe probabilmente abbinarsi con la partecipazione statale: data l’importanza dell’organismo e le sue possibilità, il governo rivolgerebbe l’attenzione al problema, quando questo fosse convenientemente ed esaurientemente prospettato. Certo si è che, in un modo o nell’altro, l’assillo della concorrenza non dominerebbe più la vita dell’ente, il quale, assiso su basi stabili e tranquille, consentirebbe sicurezza di lavoro ai dipendenti e potrebbe aspirare a raggiungere importanti risultati nel campo assistenziale e scientifico.

Noi volterrani siamo profondamente affezionati alla nostra grande istituzione ospitaliera e nostro desiderio sarebbe che cittadini ne dirigessero sempre le sorti. Non vorremmo mai che l’amministrazione dell’ente perdesse la sua caratteristica comunale. Ma se per assicurare un avvenire sicuro al manicomio ed alle centinaia di impiegati che ivi trovano il proprio sostentamento, si rendesse indispensabile rinunziare all’autonomia locale dell’amministrazione, non dovremmo indugiare su motivi sentimentali e campanilistici. In definitiva si tratta di una autonomia sui generis, dato che l’istituzione per vivere necessita del concorso di forze esterne, reclutando fuori comune e fuori provincia i ricoverati; e non è illogico che quelle stesse forze che alimentano l’ospedale siano chiamate a partecipare direttamente alla gestione.

Ponga ognuno seria attenzione al problema che abbiamo prospettato; si renda conto della responsabilità che oggi si assumono coloro, che a tempi migliori rimandano ogni determinazione. La fne della guerra non porterà la manna dal cielo al nostro istituto. Non vi è alcuna ragione che esclude una preliminare presa di contatto con le provincie più vicine e con il governo; non vi è alcuna ragione per la quale non si
debba affrontare oggi una questione che solo con la nostra iniziativa potremo risolvere. Molto tempo prezioso è stato già perduto!

Enrico Fiumi

L’articolo originale “Istituti Ospedalieri e di Recupero”

Istituti Ospedalieri e di Recupero (Piero Fiumi 1946)
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