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I Graffiti del manicomio di Volterra


Data di pubblicazione:

9 Luglio 1980

Titolo:

I Graffiti del manicomio di Volterra

Autore:

Giancarlo Angeloni

Testata giornalistica:

l’Unità

TAG:

Documento murale di un internato

Incisi con la fibbia dei pantaloni: durante le ore di aria – Un linguaggio dell’immaginazione
Quando l’ospedale psichiatrico batteva moneta
Una cittadella dell’emarginazione

VOLTERRA – Questa fotografia è testimonianza di un materiale creativo prodotto dal dispositivo manicomiale.

È per molti versi eccezionale.

Non vi si parla un linguaggio schizofrenico, ma quello della poesia, dell’immaginazione.

Della disperata volontà di sfuggire alla trappola della follia, continuamente prodotta e alimentata dentro le mura del manicomio.

Ecco: è un documento « murario » o « murale ».

Sono cento metri di graffiti, incisi con la fibbia dei pantaloni o con quella del panciotto, durante quattordici anni, da un ricoverato che ora ne ha 56 o 57, lungo i lati del cortile dove abitualmente prendeva aria.

L’uomo si trovava in reparto giudiziario, il « Ferri », un tempo detto popolarmente « i ferri ».

I graffiti sono alti fino a due metri, perché a volte il ricoverato poteva disporre di uno sgabello o di qualcos’altro su cui salire; e quando, lungo il suo percorso, incontrava altri degenti seduti sulle panche addossate al muro del cortile, l’uomo superava saggiamente l’ostacolo, scontornando l’incisione al di sopra delle loro teste.

Di Fernando N. non siamo riusciti a sapere molto.

È romano, ed è arrivato qui dopo essere incappato nella polizia di Scelba, per un qualche incidente, durante gli anni 50.

La sua storia si scolora, un po’ come i suoi graffiti, dei quali ora è andata distrutta una parte.

Attualmente, Fernando N. è un libero, uno schiavo liberato: è ospite in un padiglione aperto dell’ospedale psichiatrico di Volterra.

Alla sua opera non mostra più grande attenzione, dice che « sono cose di altri tempi »; ma pare che di tanto in tanto vada a controllare discretamente lo stato di conservazione dei graffiti.

In quei quattordici anni, vi ha disegnato di tutto: storie sulla regina d’Inghilterra, sui voli spaziali, sui robot, sulle città; oppure, episodi della guerra, carri armati, fatti legati al nazismo.

Ma vi sono anche riferimenti biblici, operazioni matematiche sul valore del denaro, riflessioni sulla morte in manicomio.

La narrazione, si diceva è « normale »; solo, a volte, Fernando N. ricorreva ad una simbologia geometrica – un circolo, un quadrato o un triangolo – per indicare persone, cose, colori.

Specialmente i colori, che non possedeva: il rosso, il giallo, l’azzurro, il bianco.

I graffiti sono divisi in storie e sono divisi in pagine.

Addirittura, dentro le pagine del suo « libro », Fernando N. apportava ulteriori divisioni, in corrispondenza
del tempo di cui poteva disporre, giorno per giorno.

Di questo « reperto », il consorzio dell’ospedale psichiatrico di Volterra ha voluto rendere pubblica testimonianza, organizzando, all’interno di una chiesa cittadina una mostra cui ha lavorato lo scultore Mino Trafeli.

Vi si ritrova la storia del manicomio dal 1888 alle prime esperienze di apertura, intorno al 1975.

Dunque, una vicenda di segregazione che è quasi secolare.

E se non bastassero i graffiti di Fernando N. a farne fede, il visitatore curioso potrà notare anche una pila di monete ad uso interno dell’ospedale: perché il manicomio, fino alla fine della seconda guerra mondiale, batteva moneta con tanto di corona e di sigla: OPV, ospedale psichiatrico di Volterra.
Questa piccola città ha legato in passato la sua economia anche alla presenza del manicomio, oltre che alla tradizionale lavorazione dell’alabastro.

Si è trattato di un vero e proprio ospedale-fabbrica (con annessa sezione giudiziaria), in una cittadella dell’emarginazione che disponeva, ancora, di un istituto di pena e di um carcere minorile.

Era naturale, in queste condizioni, che i problemi della città e i momenti di resistenza si intrecciassero alla paura di un esodo degli infermieri e del personale sanitario, in genere, da Volterra, con negative conseguenze economiche.

Prima del ’80, il manicomio ha contenuto fino a 4.500-5.000 degenti: oggi i ricoverati sono 500, insieme ad altri cento ospiti, alloggiati in case famiglia all’interno dello stesso ospedale.

Si è rotto così il rapporto perverso di una minuscola città (circa 20.000 abitanti) con un gigantesco manicomio; e l’esperienza di deistituzionalizzazione a Volterra, anche se meno conosciuta, ha avuto un valore pari a quelle di Arezzo, Ferrara, Trieste o Perugia.
Resta ora, come in tutti gli altri luoghi dove segue corretta applicazione l’indicazione di legge per il superamneto dell’ospedale psichiatrico, il problema della « residualità » manicomiale.

Che cosa fare di chi vive ancora « dentro le mura »?

Una risposta l’ha data, durante un dibattito, in coincidenza con l’apertura della mostra, Agostino Pirella, che ora, dopo l’esperienza di Arezzo, è passato a Torino, dove coordina i servizi psichiatrici della provincia.

Occorre attivare, non burocraticamente, nuove esperienze: come quelle che hanno consentito di vincere, due anni fa, la battaglia legislativa.

C’è un fatto però che pesa sugli operatori, oggi impegnati dei servizi all’esterno del manicomio e viene da chi non crede nella legge e ripropone continuamente l’oppressione psichiatrica.

Come nella clinica universitaria di Pisa, dove si rinverdiscono le pratiche di elettroshock.

Giancarlo Angeloni

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