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Il secondo smemorato di Collegno

«Batistet» tornato al suo paese muore d’inedia in una cascina

Giuseppe Savio, detto «Batistet», l’uomo che aveva, ritrovato sé stesso dopo sei anni di permanenza al Manicomio di Collegno, è morto nel suo paese, di Castelnuovo Don Bosco in circostanze quanto mai drammatiche.

I lettori ricorderanno come, nei primi giorni dello scorso ottobre noi abbiamo data la notizia di un nuovo « caso Canella », occorso nel Manicomio di Collegno.

La guarigioni improvvisa

In quel turno di tempo appunto, uno dei molti infermieri che svolgono la propria attività tra le triste mura del Manicomio di Collegno, tale Annibale Leone da Castelnuovo Don Bosco, percorrendo una corsia, aveva creduto di riconoscere tra i ricoverati un suo compaesano Giuseppe Savio, di anni 49, scomparso di casa da parecchi anni.

L’infermiere aveva chiamato il malato con il nomignolo di « Batistet », usato da tutti nel paese, e quegli, come svegliatosi improvvisamente da un lungo torpore, aveva fissato l’interlocutore con occhi stralunati e quindi, in preda a viva emozione, aveva dato segno di capire esattamente quanto gli si diceva.

Il ricoverato era chiamato comunemente da infermieri e compagni di sventura con il nome di Carlin, mentre agli atti, nella segreteria del frenocomio, era registrato con il semplice numero di matricola, essendo rimasto il suo nome sconosciuto.

L’infelice, infatti, rastrellato sei anni innanzi dalla Polizia mentre vagava per le strade di Torino, aveva, inizialmente detto di chiamarsi Domenico Savio e di essere nato a Montaldo.

Le indagini tosto esperite in quel paese, davano esito negativo ed il disgraziato, veniva internato al Manicomio provinciale.

Quegli, sotto il nomignolo di carlin, era rimasto per sei anni senza dare alcuna noia ad alcuno, ma pure senza dar segno d’un qualsiasi miglioramento.

Calmo, obbediente, volenteroso nell’eseguire i lavori di riassetto indicatigli, egli aveva fin dall’inizio dimostrato di conoscere il mestiere di calzolaio.

Tale attività aveva esplicata confezionando ciabatte per sé e per i compagni di sventura.

In quanto a riacquistare la memoria: nulla.

Nessun segno palese neppure remoto di ricordare alcun che di quello che pure doveva esser stato il suo passato.

Intanto il Manicomio di Collegno diveniva, centro dell’interesse mondiale suscitalo dalla, non ancor sopita vicenda Canella, ed appunto in tale occasione, narrando di come i casi d’amnesia totale del proprio essere siano tutt’altro che rari, accennavamo anche al caso di Carlin, il pacifico calzolaio sconosciuto.

Il ritorno alla vita

L’infermiere Annibale Leone, avuta la certezza di trovarsi innanzi al suo compaesano scomparso, si recava dal cappellano dell’Ospedale, pur esso di Castelnuovo e gli manifestava il mirabile caso.

Anche il sacerdote si occupava, della cosa e riconosceva nel ricoverato il Giuseppe Savio.

La drezione tosto informata, provvedeva a far avvisare dell’avvenuto ritrovamento i parenti del ricoverato, residenti nel paese astigiano.

Qui infatti sono ancora vivi padre, madre del Savio, i quali vivono con uno dei Ioro cinque figli, il quale è sposato con due bimbi.

La famiglia, dalla quale il Giuseppe era fuggito sei anni innanzi senza lasciare traccia di se, senza dare in seguito alcuna notizia, aveva creduto che il poveretto, allontanatosi in cerca di fortuna, fosse ormai morto chissà dove.

La notizia del ritrovamento, e più ancora quella della improvvisa guarigione del Giuseppe — egli infatti, dopo il primo attimo di stordimento aveva perfettamente ripreso il controllo di sè – veniva accolta con gioia.

Gioia però calma e priva di eccessivi entusiasmi, come del resto nel carattere dei nostri contadini, sobrii sempre, anche nelle manifestazioni d’affetto.

Anche il malato, da parte sua non si dimostrava eccessivamente frettoloso di tornare in seno alla famiglia ritrovata: ormai ricordava tutto il suo passato, sapeva di avere chi pensava a lui: egli stesso dimostrava sentimenti affettuosi verso i genitori, ma l’abitudine fatta in sei anni alla vita del manicomio, gli faceva parere men duro il prolungare tale soggiorno per qualche altra settimana.

Finalmente dopo i debiti riconoscimenti fatti dal fratello recatosi appositamente a Collegno, « Batistet » tornava a Castenuovo.

In famiglia

L’avventura toccata al poveretto era conosciuta ormai da tutti nel ridente paese astigiano ed al suo ritorno il Savio trovava accoglienze affettuose cordiali da parte di tutti gli amici di un tempo.

A queste attenzioni egli rispondeva in tono parimenti cordiale e si disponeva a riprendere la vita tranquilla troncata sei anni innanzi.

I compaesani però che avevano occasione di avvicinare l’ex-ricoverato di Collegno, avevano presto modo di notare alcuni mutamenti avvenuti in lui durante la lontananza dai paese natale.

Il « Batistet », quale essi lo ricordavano prima della drammatica avventura, era fisicamente robustissimo, benché di piccola statura, era uomo di peso superiore al normale, forte e aitante.

Intellettualmente invece il poveretto valeva assai poco.

Benché abile nel mestiere di calzolaio, al quale si occupava quando era libero dai lavori nei campi, il Batistet non era certo dei più svegli d’intelligenza, tanto che, quando s’era saputo della sua permanenza al Manicomio di Volterra, ove era stato internato durante il periodo di vita militare, e quindi del ricovero a Collegno nessuno si era stupito.

Al suo ritorno dal manicomio, il Batistet presentava dati totalmente opposti a quelli di prima: mentre il corpo appariva assai indebolito, la mente si era fatta più acuta e quasi aveva acquistata una maggiore maturità e certezza di ragionamento.

I primi giorni della permanenza a Castelnuovo dell’ex-ricoverato di Collegno erano cosi trascorsi tranquillamente.

Pareva anzi che egli con la casa avesse ritrovato le antiche abitudini e stesse per tornare completamente alla vita normale.

Improvvisamente, invece, nella vita del poveirello si creava, una situazione tale che irrimediabilmente doveva sfociare, in tragedia.

Dopo qualche settimana di vita normale, infatti, il Batistet accusava uno strano malessere che, a sua detta, gli impediva assolutamente di prendere cibo.

La famiglia provvedeva tosto a farlo visitare dal medico condotto del paese dott. Musso.

Questi, dopo un accurato esame dell’infermo, pronunciava la diagnosi, ritenendo il Batistet affetto da estrema debolezza organica e, come unica cura, consigliava una supernutrizione accompagnata da un periodo di riposo.

Quale effetto abbia prodotto nella mente tarata del Savio il giudizio del medico e quali conseguenze egli abbia tratto dallo stato di cose, nel quale egli si trovava a vivere, a nessuno forse sarà mai dato di spiegare.

Fatto si e che il Savio da quel giorno, pur non dando assolutamente segno di squilibrio mentale, iniziò a comportarsi in un modo affatto inspiegabile, che non mancò di impressionare vivamente quanti gli stavano vicino.

Il poveretto, pur continuando a lavorare da calzolaio, cominciò a rifiutare ogni sorta di cibo, non cedendo alle premurose insistenze fattegli dalla madre e dalla cognata.

Si giunse cosi, dopo qualche tempo, al punto in qui egli, ormai ridotto a stato di estrema debolezza, cominciò a non più alzarsi da letto che per pochissime ore al giorno

Interpellato di quale fosse il male che lo tormentava, Batistet diceva di non potere assolutamente mangiare, ed inoltre rifiutava in modo assoluto di essere visitato dai medici.

Lo « sciopero della fame », se cosi si vuol chiamare to strano atteggiamento del Savio, ebbe il suo tragico inizio.

La sua fibra, già provata dagli stenti e dalla vita avventurosa, non oppose eccessiva resistenza al continuato digiuno, solo interrotto di tanto in tanto da pochi alimenti che i parenti riuscivano a fargli ingurgitare non senza una qualche violenza.

Benché in tutto il paese il pietoso caso fosse noto, nessuno pensava di avvisare formalmente l’autorità competente di quanto accadeva.

In tal modo il disgraziato, che probabilmente era caduto in una nuova forma di malattia mentale, deperiva di giorno in giorno approssimandosi a gran passi ad una tristissima fine.

La sciagura avveniva alcuni giorni or sono dopo la lunga, agonia.

Il dolore della madre alla quale non era parso vero di riacquistare il figlio perduto tanti anni prima, si può facilmente immaginare; grande impressione pure il triste destino del Batistet ha suscitato in tutto ti paese, che ha seguito con sentimento di profonda pietà i suoi funerali.

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