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I suicidi nei manicomi (1914)

I suicidi nei manicomi

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Lettera dell’illustre scienziato, il prof. Mingazzini, sui suicidi nei Manicomi.

Ilmo. Sig. Direttore,

Permetta a me, modesto cultore de le discipline psichiatriche, alcune osservazioni, in ordine alla questione dei suicidi nei Manicomi, la quale di recente ha sollevato tanto rumore.

Quando Gonolly [Conolly N.D.R.] , bandita la crociata contro i barbari mezzi di coercizione, sostenne e difese il metodo del così detto no-restraint gli psichiatri si divisero da principio in due campi: quelli che, temendo l’aumento dei suicidi, degli omicidi e delle fughe titubavano nell’ accettarlo; e quello che poco curandosi di un suicidio o di una fuga di più all’anno preferivano che gli alienati senza corpetto e senza camicia di forza, fossero trattati alla pari degli altri uomini, e migliorassero col lavoro dei campi.

Quest’ultimo concetto altamente umanitario, ha riscosso ormai l’universale suffragio, quantunque ragioni etniche, o speciali condizioni locali rendano, sopratutto in Italia, solo parzialmente attuabile il no-restraint.

Suicidi e fughe, e tal volta omicidi fra pazzi sono perciò considerati come inevitabili nei manicomi, ove i mezzi di forza sono aboliti e i direttori all’estero li riportano nei resoconti statistici in fine di anno.

Quando io studiava, circa un decennio fa, nel Manicomio di Monaco, considerato a ragione primo fra quelli di Germania avvenne uno dei consueti suicidi.

Il direttore, prof. Grashey, si guardò bene dal denunciarlo all’autorità giudiziaria e restò sorpreso quando gli dichiarai che in Italia questa denuncia è obbligatoria.

In quell’asilo, composto di circa 800 alienati, si calcola un suicidio all’anno.

Dicasi altrettanto delle fughe, le quali, sopratutto nei manicomi a porte aperte (open-door), avvengono ad ogni piè sospinto: per esempio a Dalidori (vicino a Berlino) mi fu detto da quel direttore, che, quando
la sera si segnala una fuga, la direzione appone al protocollo del paziente la parola: evaso, e tutto finisce lì.

Ho citato quello che accade in Germania, la quale in fatto di legislazione e di organizzazione di manicomi eccelle fra tutti.

Ma ho ragione di credere per quanto ho letto, che la stessa procedura si pratichi in Inghilterra ed in America.

Certo è facile evitare fughe e suicidi, condannando un alienato a dieci, venti o trenta anni di camicia di forza, o di cella d’isolamento; ma quale alienista si acconcerebbe oggi a questo sistema che ricorderebbe i tempi preistorici della psichiatria?

Nè si dimentichi che la raffinatezza degli alienati (specialmente dei melanconici ansiosi, o dei paranoici) nell’ escogitare mezzi di suicidio rasenta l’inverosimile.

Si aggiunga che alla disciplina e all’oculatezza dei manicomi si provvede tanto più difficilmente quanto più affollati e mal costruiti.

Numerose Commissioni tecniche e voti di Società freniatriche hanno unanimente concluso che un manicomio, perché sia ben regolato, non deve contenere più di 600 malati.

Se ora si considera che quello di Roma ricovera 1600 infermi, e che i locali della vecchia sezione sono quanto mai angusti, si deve dare plauso alla direzione medica ed amministrativa, come pure all’abnegazione degli infermieri, se riescono in così difficili condizioni, ad evitare più gravi e numerosi infortuni.

Che anzi da circa due lustri, lo affermo con piena coscienza, i criteri tecnici, terapeutici e scientifici che guidano il nostro istituto sono in perfetta armonia con i dettami della moderna psichiatria, e lo provano il concorso dei malati ricoverati nel nostro pensionario, l’aumento delle guarnigioni sanzionate dai dati
statistici, e la produzione scientifica del corpo sanitario, non inferiore a quello di altri manicomi d’Italia.

Fughe e tendenze ai suicidi e le non rare aggressioni contro i medici, le quali passano pietosamente inosservate, sono inevitabili nei nostri istituti che raccolgono così pingue copia di elementi antisociali, ove concorrono inoltre numerosi delinquenti che meglio troverebbero il loro posto in sezioni criminali.

È quindi da augurarsi che il pubblico nel giudicare questi pur troppo inevitabili infortuni, non si lasci trasportare da un inopportuno sentimentalismo, ma si faccia guidare da criteri elevati ed obiettivi.

Noi medici di manicomio sappiamo che la sicurezza personale di noi e degli infermieri è sufficientemente guarentita, adoperando cinti di cuoio, camicie di forza e pastoie.

Ma pure esponendo la nostra vita a continui pericoli preferiremo sempre in omaggio a la nostra esistenza il no-restraint.

Ringraziandola sig. Direttore della sua ospitalità mi abbia di lei dev.mo

Prof. G. Mingazzini

I suicidi nei manicomi (1914)