VOLTERRA e i problemi sanitari — Manicomio di Volterra

VOLTERRA e i problemi sanitari

Volterra e i problemi sanitari

Volterra e i problemi sanitari

Intervista con il Presidente dell’ospedale psichiatrico dott. Verdianelli

I problemi sanitari di Volterra sono certamente molto particolari.

Lo sforzo del PCI è stato costantemente segnato dal tentativo di ridimensionare e riqualificare la qualità dei servizi, puntando sul riequilibrio con il settore produttivo.

Col presidente dell’ospedale psichiatrico Verdianelli, facciamo un bilancio della situazione attuale, ricordando innanzitutto come il problema della psichiatria sia stato in passato condizionato negativamente dall’amministrazione democristiana allorché il manicomio venne inteso come punto di ricovero del più alto numero possibile di malati al solo scopo di condurre una politica clientelare.

«Fino al 1975 — dice Verdianelli — lo «psichiatrico» aveva una presidenza nominata direttamente dal prefetto.

Solo, successivamente essa fu resa elettiva, e da allora è stato possibile concretizzare gli accordi politici stabiliti dalle forze democratiche delle province di Pisa e di Livorno per una gestione unitaria e più avanzata dell’ospedale psichiatrico di Volterra».

«Il decentramento del potere con la costituzione di momenti comunitari di partecipazione e di gestione del lavoro è stata la principale innovazione e conquista dell’Istituto che ha così anticipato le linee della futura riforma con l’apertura al territorio e la ridefinizione dei reparti sulla base della zonizzazione territoriale».

«Ci siamo trovati cosi pronti alla applicazione della legge di riforma, ed è stato possibile costituire in molte località delle province di Pisa e Livorno servizi territoriali di salute mentale con funzioni complete di prevenzione, cura e riabilitazione. Gli operatori che sono oggi mobilitati nei servizi esterni sono circa 180».

E per quanto riguarda la funzione residua dell’ospedale?

«Notevoli sono i progressi se si pensa che nel 1975 i degenti erano 1200 e oggi sono poco più di 500 divisi in due province — risponde Verdianelli — quindi l’ospedale è ridotto a ben poca cosa. Nel 1975 i dipendenti erano ben 868 proprio per effetto di quel gonfiamento artificioso procurato dalla gestione democristiana. Oggi ne abbiamo 750 di cui appunto 180 in mobilità. Il ridimensionamento che abbiamo apportato è avvenuto in maniera tale da non procurare grosse ripercussioni sulla città nonostante le complicazioni di una mancata riforma della finanza locale e del condizionamento dei debiti contratti dalla precedente amministrazione. Attualmente si sta gestendo una fase di completo superamento del manicomio in sintonia con le Unità Sanitarie Locali nel territorio di provenienza di ciascun malato».

Chiediamo. In che termini avviene questa «gestione»?

«L’intervento verso gli internati — replica il Presidente — dovrà essere effettuato secondo i bisogni, con l’eliminazione totale di qualsiasi forma repressiva, con l’uso ridotto al minimo indispensabile degli psicofarmaci, con un intervento su segnalazione dei singoli operatori dei reparti secondo fasce di bisogni. Dal ’75 ad oggi si è cercato di ricostruire la vicenda personale di ogni singolo paziente attraverso la sua storia clinica cercando al contempo di ricollegare i rapporti di ciascuno con la famiglia e con la realtà sociale di provenienza.

La gran parte dei dimessi è rientrata in famiglia e conduce una vita normale con l’assistenza costante dei servizi territoriali che si occupano inoltre del loro inserimento sociale. Questo è stato possibile per l’avanzare di una nuova volontà politica cui il nostro partito ha dato un impulso decisivo, ma alla quale non sono estranee altre forze, in primo luogo il PSI, e l’apporto determinante della nuova direzione sanitaria e degli operatori di ogni livello.

Per coloro che, pur essendo dimessi, non hanno trovato una collocazione a livello territoriale, abbiamo creato una “zona ospiti” composta di reparti autogestiti con l’ausilio di personale a puro titolo di sostegno».

La 180 è una legge difficile, da più parti criticata, e c’è chi non nasconde il rimpianto per la segregazione manicomiale come unica cura per i «diversi», gli «emarginati», i cosiddetti «matti».

Come rispondere a queste critiche?

«Con una lotta più incisiva per l’applicazione della legge stessa attraverso il potenziamento dei servizi sul territorio e la collaborazione di tutti, compresi i cittadini. II manicomio va annoverato tra gli Enti inutili, e come tale deve essere superato perché le vere ragioni della “follia” sono di carattere sociale e il recupero deve avvenire sul territorio. Intanto stiamo destinando le strutture ex manicomiali ad ospedale civile con un investimento di oltre tre miliardi e mezzo da parte della regione.

L’Unità – Venerdì 23 Maggio 1980


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