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Volterra accoglie Marco Cavallo


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Volterra accoglie Marco Cavallo: un progetto speciale di Volterra Prima Città Toscana della Cultura 2022, a cura di Cinzia de Felice in collaborazione con Inclusione Graffio e Parola Onlus.

L’Amministrazione Comunale di Volterra, in occasione della Festa della Toscana 2022, organizza un momento di importante riflessione comunitaria, con usa serie di eventi:

Volterra accoglie Marco Cavallo





Volterra accoglie Marco Cavallo: la storia di Marco Cavallo

Una mattina ero arrivato in visita, sul prato della direzione un destriero blu di cortapesta, montato su ruote, lunghe zampe alto quotro metri.

Marco” lo chiamavano; ero il cavallo che un tempo trascinava il carretto con la biancheria da lavare, per tutti il simbolo della liberta conquistata. [da “I diritti dei più fragili” di Paolo Cendon]

Marco Cavallo è una scultura di legno e cartapesta in forma di “installazione” e “macchina teatrale”.

L’opera fu realizzata nel 1973 all’interno del manicomio di Trieste da un’ idea di Giuseppe Dell’Acqua, Dino Basaglia, Vittorio Basaglia e Giuliano Scabia è considerata un’opera collettiva realizzata con il contributo dei laboratori artistici creati al interno dello struttura nosocomiale da Franco Basaglia allora direttore dell’Ospedale Psichiatrico di Trieste, e si avvalse del contributo ideale e immaginifico dei pazienti allora reclusi.

Alto circa 4 metri e di colore azzurro, come deciso dagli stessi pazienti, lo si volle di così grandi dimensioni, per poter idealmente contenere tutti i desideri e i sogni dei ricoverati, e portare all’esterno un simbolo visibile e rappresentativo dell’umanità allora “nascosta” e “misconosciuta” all’interno dei manicomi.

Divenne pertanto “icona” della lotta etica, sociale, medica e politica a favore della legge sulla chiusura dei manicomi, Ia cosiddetta Legge Basaglia del 1978, nonché simbolo per gli stessi pazienti delle loro istanze di libertà, liberazione e riconoscimento della loro dignità di persone, fino ad allora negate.

Da allora è esibito in tutto il mondo come installazione itinerante per sensibilizzare l’opinione pubblica e il mondo politico sui problemi della salute mentale.

In Italia e stato esibito anche al EXPO 2015 per puntare l’attenzione sulle condizioni degli Ospedali psichiatrici giudiziari: nel giugno del 1972 i ricoverati de l’ospedale psichiatrico di Trieste inviarono una lettera al Presidente della provincia di Trieste Michele Zanetti, con un appello per la sorte del cavallo “Marco”, un cavallo reale che dal 1959 era adibito al traino del carretto della lavanderia, dei rifiuti e del trasporto di materiale vario nel manicomio di Trieste.

Il testo, scritto in prima persona come fosse redatto dal cavallo, ne chiedeva, in luogo della prevista macellazione, il dignitoso “pensionamento” all’interno della struttura, per “meriti” lavorativi e per l’affetto che sia il personale che i pazienti nutrivano verso l’animale.

In cambio si offriva il versamento di una somma pari al ricavato della vendita dell’animale per la macellazione, e il mantenimento a proprie spese per tutta la restante vita naturale.

Il 30 ottobre dello stesso anno la Provincia di Trieste accolse la richiesta, stanziando l’acquisto di un motocarro in sostituzione del cavallo, che veniva appunto ceduto e affidato alle cure dei pazienti residenti nel manicomio.

Questa prima favorevole accoglienza delle autorità di una richiesta diretta da porte di ricoverati di un manicomio, allora privati dei diritti civili, venne visto come un’apertura e un occasione verso un possibile riconoscimento della loro dignità personale.

Lo scrittore e drommaturgo Giuliano Scabia, l’artista Vittorio Basaglia, cugino dello psichiatra Franco, insieme ad altri operatori, a infermieri e pazienti, all’interno del Laboratorio P. installato nel gennaio del 1973 nell’Ospedale psichiatrico, uno spazio libero di creatività, idearono il cavallo, che fu realizzato sotto la direzione di Vittorio Basaglia.

Era un cavallo di legno e cartapesta di dimensioni monumentali che rappresentava l’animale reale, e voleva diventare il simbolo della fine dell’isolomento dei malati mentali, un “cavallo di Troia” che potesse invece essere contenitore delle istanze di libertà e umanità dei malati mentali.

Scabia racconta così la nascita di Marco Cavallo nel libro dedicato all’esperienza, pubblicato da Einaudi nel 1976 e ristampato da edizioni Alfabeta Verlag nel 2011:

«Terzo giorno – 12 gennaio, venendi. […] Dai malati emerge con più forza l’idea di fare il cavallo (sono più contenti all’idea di costruire il cavallo).

Un cavallo con pancia che contenga cose.

Dunque l’idea di fare una casa, che ci ero sembrata nascere da un’esigenza profonda, è già saltata appena l’azione pratica ho avuto inizio».

I pazienti non si occuparono direttamente della costruzione, ma vennero coinvolti nell’opera di realizzazione dei contenuti artistici e immaginifici da inserire nell’opera, I pazienti dunque decisero il colore azzurro, simbolo della gioia di vivere e decisero che la pancia del cavallo dovesse contenere i loro desideri, sogni e istanze. Un grosso problema sorse in occasione della prima esibizione nel reparto nel febbraio 1973.

Costruita all’interno della struttura, non si era tenuto conto delle dimensioni monumentali dell’opera e nessuna delle porte dell’ospedale era sufficientemente grande da permetterne l’uscita.

La difficoltà causò la profonda frustrazione dei pazienti, dato l’evidente e immediato parogone con Il loro stato di reclusione forzata, dovuto alle allora vigenti leggi ospedaliere in merito ai malati mentali.

L’impasse venne risolta sfondando alcune porte e un’architrave permettendo così l’uscita dell’installazione e lo rottura anche del muro reale e simbolico fra il “dentro” e il “fuori”.


Di seguito il racconto di Peppe Dell’Acqua, psichiatra, uno degli ideatori di Marco Cavallo:

Gennaio 1973.

Nel manicomio aperto di San Giovanni è da poco nata la prima cooperativa.

Basaglia mette a disposizione degli “artisti” uno dei primi reparti vuoti.

Giuliano Scabia scrittore, regista e attore, e Vittorio Basaglia, pittore e scultore, danno inizio a un singolare laboratorio.

“Vediamo cosa sapete fare in un manicomio che si apre” aveva detto loro Basaglia qualche settimana prima, provocando alla sua maniera.

Mentre attraversano l’affollatissimo Reparto Osservazione donne.

Giuliano e Vittorio si imbattono in Angelina Vitez, una calabrese emigrata a New York, sposata a un triestino, tornata in patria e ora ricoverata o Trieste.

Angelina sta disegnando un cavallo; tracciando delle linee lo divide in sei scomparti e in ognuno disegna una cosa: un vaso di fiori, un’oca, una pentola, una casa, un albero e un Pinocchio.

Dice che si chiama Marco, come il cavollo che porta su e giù per San Giovanni il carretto della biancheria
sporca e che ormai vecchio sta per essere mandato al macello.

È così che nasce Marco Cavallo.

II laboratorio per due mesi accoglie centinaia di ricoverati.

Si scrivono libri colorati su grandi fogli bianchi.

Si raccolgono storie.

Si rappresentano operine recitate e cantate.

Si parlo del cavollo che sta prendendo forma in legno e cartopesta e di come procedono le iniziative per salvarlo dal tremendo destino che lo attende.

Il cavallo azzurro e l’avvio tumultuoso del laboratorio sconvolsero definitivamente quello che restava dell’ondine e della disciplina manicomiale (e asburgica) già minata nelle fondamenta dalle porte aperte.

Fino a quel momento i bisogni, sepolti nello malattia, inavvertiti e annientati, prendevano timidamente Il sopravvento sulla totalizzazione, sull’omologazione, sull’appiattimento.

Quell’esplosione di parole, di storie, di aperture, di allusioni alla libertà prima di tutto, e poi alla casa, ai diritti, all’uguaglianza, all’amore, all’amicizia, disorientavano tutti.

Sconvolgevano le geometrie istituzionali, fredde ma sicure, che erano state bene o male la certezza della secolare riproduzione del manicomio e della psichiatria.

Marco Cavallo è Ia storia della libertà riconquistata dagli internati che apre alla possibilità, costringe a una scelta di campo.

In fondo quella straordinaria e impensabile uscita, che oggi ci permette di “vedere”, di denunciare i letti di contenzione, le porte chiuse, gli abbandoni, le miserie dei luoghi della cura è stata ed è la conseguenza del crollo dei muri e della frantumazione irreparabile delle false profezie delle psichiatrie.

Le persone sono entrate sulla scena e la psichiatria, i suoi saperi, le sue inaccessibili istituzioni hanno svelato I’infondatezza delle loro certezze, le loro false profezie.

Per cogliere oggi i senso dello presenza di Marco Cavallo basta pensare a la tragico oscenità nei reparti
psichiatrici che ancora segnano dolorosamente le ricche democrazie europee con le porte blindate, i letti di contenzione, le persone abbandonate in un tempo senza fine nelle “strutture residenziali”, i centri di salute mentale vuoti, l’impiego massiccio e irrazionale dei farmaci, le solitudini e gli abbandoni…

Il racconto di Marco Cavallo, tanti anni dopo, continua a incontrare migliaia di giovani e i loro bisogni irrefrenabili di cambiamento e di futuro.

Peppe Dall’Acqua

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