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Un modo diverso di fare musica (novembre 1974)

Una nuova esperienza, condotta da un gruppo di musicisti, all’ospedale psichiatrico di Volterra. Un nuovo modo di concepire il rapporto tra i ricoverati e il mondo dei “normali”

Da vari mesi, da quando cioè è iniziato il nostro intervento al reparto femminile “Biffi” dell’ospedale psichiatrico di Volterra, ogni venerdì il nostro arrivo è salutato con gioia dalle pazienti.

Mentre cominciamo a sistemare fuori dalla stanzetta-ripostiglio ‘amplificatore e gli strumenti musicali che appartengono all’ospedale e che integriamo con i nostri portati da Firenze, il vasto atrio comincia a riempirsi e prima ancora che i pochi strumenti amplificati siano attaccati all’impianto, quelle tra le ammalate che sono in grado di muoversi da sole hanno già iniziato a suonare con i vari elementi della batteria sparsi nella stanza o con maracas, campanelli e altri strumenti percussivi.

La strumentazione che usiamo consiste infatti di una grande quantità di percussioni (proprio per fare in modo che partecipi direttamente il maggior numero di persone), che suoniamo noi stessi e che distribuiamo alle ammalate, spesso immobilizzate in una sedia, aiutandole a capire come fare per suonarle.

Disponiamo inoltre di una chitarra elettrica, di un basso elettrico, di un trombone e di un organo elettrico e facciamo uso, spingendo chiunque sia presente dai malati ai visitatori al personale a fare altrettanto, di qualsiasi oggetto si presti a divenire fonte sonora: carrelli, sedie, vasi e così via.

A nostra richiesta sono stati costruiti, nell’officina dell’ospedale, due sets di campane tubolari (tubi di metallo di varia lunghezza pendenti da un’impalcatura che vengono percossi con un martelletto di legno) che sono continuamente a disposizione delle ammalate, collocati nei due corridoi simmetrici che dall’atrio conducono alle camerate e ai refettori-soggiorno.

Per circa due ore, a volte anche più, la grande sala d’ingresso del reparto risuona dei colpi sui piatti, sul rullante, di note prolungate sull’organo, con un variare continuo da ritmi regolari e scanditi a ritmi “compositi” che si sovrappongono senza integrarsi e sopra i quali gli strumenti solisti intervengono coerentemente, senza sviluppare alcuna linea melodica.

Non tutte le ricoverate, in genere donne di mezza età o anziane, si trovano nel grande atrio e partecipano a quanto qui avviene.

Infatti mentre per quelle in grado di camminare il problema non si pone, quelle più gravi vengono portate nelle loro sedie, o che diano a intendere di voler partecipare o a discrezione delle infermiere; alcune di esse comunque rimangono nel soggiorno e quindi chi di noi non sta suonando uno strumento collegato all’impianto di amplificazione si reca nelle varie stanze portandosi qualche strumento e stabilendo anche un rapporto più diretto con ammalate quasi sempre neppure in grado di comunicare verbalmente.

Le situazioni che si vengono a creare sono molto varie e si passa da momenti estremamente felici anche dal punto di vista musicale a momenti di grande rilassatezza (a volte anche di disinteresse ma solo molto raramente), durante i quali la partecipazione attiva si riduce alle più “affezionate”, le quali non abbandonano gli strumenti se non al momento della nostra partenza.

Estremamente varie sono anche le reazioni individuali agli stimoli che il nostro intervento produce.

La risposta delle ammalate (e dei malati, poichè in un secondo tempo si concordò con la direzione di far partecipare anche gli uomini ricoverati al piano superiore) si delineò fino dai nostri primi interventi, nei quali la partecipazione delle pazienti era abbastanza limitata, secondo alcuni atteggiamenti tipici.

Lo stimolo ma particolarmente il “mezzo” sonoro e cioè la possibilità di produrre dei suoni sono usati in modo differenziato e quasi sempre legato alla propria condizione psico-fisica: ad esempio coloro ai quali per patie psichiche o fisiche sono precluse altre forme di espressione usano il mezzo sonoro come strumento di auto affermazione nel senso più diretto, come possibilità di dimostrare e ricordare agli altri la propria presenza, senza voler necessariamente partecipare all’attività del gruppo, di sfogare delle aggressioni; mentre in molti si manifesta una componente ludica, in altri queste due ore vengono “vissute” soltanto come una piacevole interruzione alla monotonia della realtà manicomiale;
altri ancora, particolarmente tra le pazienti, suonano perché piace loro la nostra compagnia e si danno da fare con triangoli e campanelli pur di starci vicine.

Il comportamento di altri malati, che pure vengono nell’atrio ma solo raramente partecipano, mette in luce lo spietato ordine gerarchico esistente all’interno dell’istituzione manicomiale che si rivela da una parte attraverso il loro rifiuto a partecipare ad un’attività insieme a malati più gravi di loro, considerando l’eventuale partecipazione al di sotto della propria dignità, dall’altra col non accettare come “musica” il “fracasso” dei nostri interventi, non decifrabile con i canoni della musica di consumo.

È proprio questo minimo “bagaglio culturale” di cui dispongono a sottolineare una loro posizione privilegiata all’interno della scala gerarchica e non sono quindi disposti a rinunciarvi.

Altri malati hanno al contrario un atteggiamento molto aperto e mostrano chiaramente di essere interessati sia ad una comunicazione attraverso il suono,, sia ad un dialogo con uno di noi, sia a partecipare alla musica di gruppo, anche se a volte avvertono i limiti della loro collaborazione.

In ogni caso cercano di inserirsi organicamente nella situazione, superando paure ed inibizioni di cui invece un certo numero di ricoverati non riesce a liberarsi ancora.

Molte reazioni alla nostra musica sono inoltre di carattere motorio, gestuale, e spesso agli stimoli sonori alcuni malati rispondono con grida.


Manicomio di Volterra – Un modo diverso di fare musica – estratto 1

Ma è interessante tener presente anche la risposta che alla nostra proposta “di fare musica” è venuta da parte del personale infermieristico.

I primi commenti all’esperienza del tutto nuova che venivamo a propore non si può certo affermare che fossero molto incoraggianti: le richieste di una musica almeno più “orecchiabile” si alternavano agli elogi nei confronti di un musicista volterrano che intrattiene i malati le malate dei vari reparti con musiche da ballo.

Erano critiche caldamente appoggiate da alcune fra le ricoverate che, con linguaggio molto discutibile ma di uso comune, possiamo definire vicine alla “normalità.

La necessità di superare questa barriera di incomprensione, destinata se non a paralizzare, quanto meno a rendere meno ricco di possibili sbocchi il nostro intervento, ci ha spinto a stimolare un dibattito che portasse oltre il commento divertito che lasciava le cose come stavano e ci privava di un possibile e importante aiuto da parte di chi in fondo è costantemente a contatto con le persone con le quali volevamo stabilire un rapporto.

Pur non sempre accettando la veste sonora in cui si presenta, tuttavia, in tempi relativamente brevi, tenendo conto della saltuarietà dei nostri incontri, c’è stata una notevole comprensione di questo intervento e ciò è stato un importante stimolo ad una partecipazione sempre più attiva del personale, che ha dimostrato una sempre maggiore disponibilità a continuare esperienze sulla scia dell’attività iniziata.

L’importanza di un tale risultato non può sfuggire se si pensa al pericolo di circoscrivere la potenziale portata dell’intervento ad una realtà certamente parziale sia dal punto di vista del tempo che del luogo qual’è quella di Volterra.

Gianfranco Gentile


È possibile, per chi opera nel campo culturale, sviluppare il proprio intervento in altri settori della realtà sociale, che non siano quelli dei tradizionali circuiti.

L’inizio di questa esperienza risale alla fine di novembre 1974, periodo in cui, su invito della direzione dell’ospedale psichiatrico di Volterra, un gruppo di musicisti di Firenze: Guido Bresaola, Gianfranco Gentile, Fausto Gliozzi, Albert Mayr, ha accettato con entusiasmo di affrontare una nuova possibilità di intervento culturale, al di fuori dei modelli tradizionali e particolarmente insieme a persone che, per il
loro comportamento giudicato “anormale”, sono private istituzionalmente dei più elementari diritti civili e relegate ad una quasi sempre definitiva “non esistenza”.

Alcuni colloqui tra lo staff sanitario dell’ospedale psichiatrico, diretto dal dottor Carmelo Pellicanò, ed il professor Albert Mayr docente della cattedra di musica elettronica del conservatorio musicale Luigi Cherubini di Firenze, hanno preceduto quest’intervento, elaborando volutamente solo un’ipotesi iniziale su cui lavorare, senza volere a nessun costo predeterminare i possibili risultati, specialmente per quanto riguarda l’aspetto terapeutico.

La proposta dei medici volterrani, per la maggior parte esponenti di Psichiatria Democratica, era quella di continuare ed estendere l’esperienza, fino ad allora attuata in modo sporadico, di un intervento da parte di musicisti provenienti dall’esterno.

L’obiettivo era infatti (ed è tuttora) quello di intensificare lo sforzo di de-istituzionalizzazione del manicomio attraverso una sempre maggiore apertura a contributi che non siano all’interno di una logica psichiatrica ma che tendano a stabilire un nuovo tipo di rapporto tra la situazione dei ricoverati e il mondo dei”normali”. Si tratta infatti di smascherare la mistificazione che nasconde la realtà dei manicomi e di operare una scelta chiaramente anti-istituzionale.

Il motivo del ricovero infatti non è mai un motivo clinico ma è sempre un motivo comportamentale, è un giudizio di valore e di conseguenza all’interno dell’istituzione si procede ugualmente con un giudizio di valore e il discorso non diventa certo sanitario.

Al loro interno i manicomi sono strutturati in modo tale che le classificazioni si fanno in rapporto al comportamento; e se il giudizio per cui una persona entra in ospedale è un giudizio sociale, di valore, è chiaro che il giudizio di risposta non può essere che di custodia.

È quindi a partire da questi presupposti che il gruppo di musicisti ha iniziato la propria attività settimanale in un reparto femminile dell’ospedale, che occupa il pianterreno dell’edificio “Cerletti”, ponendosi conseguentemente non su di un piano specialistico, ossia con l’obiettivo di fare musica, per così dire, da ospedale psichiatrico, ricercando un ‘interpretazione degli atteggiamenti dei ricoverati sulla base del singolo quadro clinico, ma accettando la realtà del manicomio come terreno di intervento per un’operazione musicale che veda proprio in esso la possibilità di incidere più direttamente nella realtà attraverso il proprio lavoro culturale.

Viene sottolineato il rifiuto del tradizionale rapporto unidirezionale musicista-pubblico o anche tecnico sanitario-paziente, per dare spazio invece ad un possibile campo di intervento sempre della proprio attività abituale, cioè quella di produttori di suoni, ma tuttavia aperto alla creazione di situazioni in cui è dominante e volutamente privilegiato l’aspetto del fare insieme.

Naturalmente la stessa operazione può essere compiuta da chi lavora all’interno dei vari settori di intervento culturale, dalle arti visive al teatro alla danza e ad ogni altra forma di espressione specialmente di tipo gestuale.

Pur riferendosi in parte alle varie esperienze internazionali di musico-terapia, questo gruppo si è trovato di fronte ai problemi “classici” cui va incontro ogni operatore musicale in Italia, specialmente se lavora a livello sperimentale: ‘altissimo grado di analfabetismo musicale, che non va inteso in modo riduttivo alla sola preparazione teorico-strumentale di tipo tradizionale, ma esteso ad una non conoscenza del fatto sonoro e ad un imbonimento quotidiano di insulsi prodotti di consumo attraverso, principalmente, radio e televisione; l’accettazione passiva della delega ai tecnici del settore di occuparsi di tutto l’ambiente sonoro, rifiutando con riluttanza la possibilità di un proprio intervento autonomo anche solo parziale; l’incapacità di concepire l’uso del mezzo sonoro come possibile strumento emancipatorio, come forma d’espressione che non sia un’imitazione pura e semplice di un modello imposto e completamente spersonalizzato.


Manicomio di Volterra – Un modo diverso di fare musica – estratto 2

Risulta evidente come questa serie di condizionamenti influisca nel differenziare un’operazione di questo tipo da quelle simili in altri paesi industrializzati, delle quali però, innanzitutto, l’esperienza volterrana rifiuta il tentativo di “normalizzazione” del malato, puntando invece ad inserire, attraverso l’attività sonoro-gestuale, degli elementi di contraddizione all’interno di situazioni di oppressione istituzionalizzata e di condizionamento ideologico all’individualismo, riscontrabile nelle sue forme più estreme proprio all’interno di manicomi, galere, case di correzione, cioè di quelle istituzioni create in gran parte per emarginare il rifiuto irrazionale di una società oppressiva.

Gli obiettivi individuati all’interno del campo in cui lavora questo gruppo, chiaramente ribaltabili nelle altre sfere della realtà dell’ospedale psichiatrico e non solo di questo, rappresentano già un risultato positivo e un’indicazione di intervento.

Sono stati individuati alcuni aspetti tipici che si tratta di rompere o almeno di intaccare:

  • la passività dei pazienti, costretti a vivere in un ambiente del tutto impersonale, anche nei suoi aspetti sonori: gestito da altri ricorrendo a Tv, radio, dischi ecc.; atrofizzato dai rumori dell’industria, tipo di inquinamento di cui nessuno si preoccupa, e dal “silenzio” considerato come situazione sonora desiderabile in istituzioni come scuole, ospedali, uffici ecc.

    Uno dei possibili mezzi per superare appunto questa situazione di passività, determinata dalle condizioni oggettive in cui viene a trovarsi il ricoverato dal momento del suo ingresso nel manicomio, è ovviamente quello di dar loro degli strumenti per agire in prima persona e quindi divenire artefici della propria dimensione ambientale: la scoperta di una fonte sonora e la coscienza di poter essere l’artefice del suono prodotto, oltre ad agire come strumento emancipatorio, permette di modificare un ambiente sonoro indesiderato e fino a quel momento subito, quale può essere appunto il silenzio, tanto amato dagli”educatori” o “rieducatori” in genere;
  • l’isolamento dei malati sia dall’ambiente esterno che tra loro stessi, favorendo una prima forma di cooperazione, che può essere appunto il fare musica;
  • le stratificazioni gerarchiche esistenti, al di là di un rifiuto soggettivo di forme di autoritarismo, tra medici, infermieri, ricoverati, riunendoli in un’attività comune.

La scelta del linguaggio musicale non è certo casuale.

Oltre ad esseremolto vicina a quelle che sono le concezioni musicali più generali di questi musicisti, essa è strettamente legata agli obiettivi che l’intervento si pone e non è certamente catalogabile secondo le classificazioni correnti.

Dato per scontato il rifiuto di qualsiasi forma di musica consumistica, il gruppo ha certamente dato la prevalenza all’elemento ritmico, essendo esso più direttamente “afferrabile” e fornendo per ciò, in modo semplice, un modello imitativo: su di esso più facilmente può avere inizio un fare musica comune.

G. Negrelli

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