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Natale al manicomio

Il Natale al Manicomio di Volterra

UN PRESEPE COME ISTANTANEA, da dentro a fuori

Se Natale è vita, nascita, anche solo simbolicamente parlando, ecco che per i degenti del manicomio di Volterra, “i pazzi”, quelli tenuti chiusi, distanti dalla società, non necessariamente perché pericolosi, ma senza dubbio scomodi, Natale significava qualcosa di più vicino alla vita, una sorta di concessione, una pausa da una quotidianità fatta di ritmi, confini, contenimento.

Non che a Natale le regole del Manicomio scomparissero improvvisamente come per magia, ma siccome sono le piccole cose spesso a fare la differenza, soprattutto in contesti di forte limitazione- lo abbiamo imparato in questo anno di distanziamento, reclusione forzata in mezzo ai confort delle nostre case e in una dimensione virtualmente interconnessa- è assai probabile che l’atmosfera festiva con le sue prerogative di distanza, anche minima, dalla quotidiana normalità, significasse molto per i pazienti del Manicomio di
Volterra.

Ma cosa veniva organizzato per il Natale?

Cosa poteva fare la differenza per un ricoverato rispetto ad ogni banale, quotidiano, normalissimo giorno, anche domenicale?

Semplicemente una variante al menù, un pasto più ricco, il panettone a fine cena, l’allestimento degli addobbi, albero compreso.

Fu a partire dall’entrata in vigore della Legge Basaglia (1978) e dalla conseguente chiusura degli ospedali psichiatrici, quando al Manicomio, attivo dagli inizi del ‘900, andava sostituendosi il sistema di case-famiglia per il reinserimento sociale, che, in un sistema di maggiore libertà e ai fini della reintegrazione dei pazienti, fu curato anche l’aspetto dell’apparecchiatura per pranzi e cene per i giorni di festa, furono organizzati scambi di regali e addirittura tombolate e feste danzanti.

I mitici anni ’80?

Fu proprio durante gli anni ’80 che il “Natale in famiglia” divenne un progetto importante su cui la direzione volle investire, ai fini del recupero sociale: potevano essere organizzate visite dei familiari, un pranzo con i propri congiunti, o addirittura il rientro per qualche giorno presso le proprie famiglie o, come si legge da un verbale di fine anni ’80 (vedi foto), l’uscita a cena, a gruppi, alla “trattoria Albana”.

Manicomio di Volterra - verbale cena di Natale all'Albana
Verbale riunione 15 – 12 – 88 Scabia
Alcuni parenti dei pazienti segnalati sono stati contattati e telefonammo al reparto per definire i giorni in cui verranno o in cui porteranno a casa i pazienti.
È stata compilata una lista si soggetti che potranno andare fuori per una cena (al Prato d’era cancellato) Trattoria Albana nel periodo festivo.
Sono ancora da informare per la conferma.
Sono per ora divisi in due gruppi: 1° gruppo, 2° gruppo
(segue elenco degenti, censurati per ovvi motivi di privacy)

Ciò andava di pari passo con l’organizzazione di momenti di convivialità nelle strutture stesse: alle feste danzanti, accompagnate dalla fisarmonica e dalla scuola di musica di Armido Carpitelli, si univano spettacoli e proiezioni di film: una sosta e un investimento nel recupero della dimensione non solo umana ma anche di condivisione, in vista della riabilitazione sociale, in linea con i principî ispiratori di Basaglia.

Ma prima di ciò, negli anni in cui il manicomio di Volterra era un vero e proprio ospedale psichiatrico come si trascorrevano le feste di Natale all’interno dei padiglioni?

Semplicemente con piccole concessioni: il menù nei giorni festivi variava, come abbiamo già ricordato, accogliendo anche dolciumi tipici del periodo, e oltre a ciò era prevista la partecipazione alla Messa, per chi lo volesse e ne fosse in grado fisicamente, ovviamente con l’accompagnamento degli operatori.

Questi i pochi dati di cui siamo in possesso al riguardo.

Ma rovistando fra i ricordi di chi il manicomio di Volterra l’ha conosciuto bene, siano famiglie degli ex infermieri o operatori sanitari, e nei discorsi di tanti, pur fra reminiscenze nebulose e vaghe, appannate dallo scorrere del tempo, lucido e vivido s’impone il presepe di San Girolamo.

Realizzato in collaborazione fra frati e degenti, rappresentava un’occasione per concedere ai pazienti l’uscita dalla quotidiana, monotona, abbrutente dimensione di fissità: una variante annuale assai attesa che li vedeva impegnati nella raccolta della borraccina, nella predisposizione del materiale e nell’allestimento.

E la scelta del luogo non risulta casuale, non solo per la dimensione religiosa, ma anche in quanto nucleo originario del manicomio di Volterra, per meglio dire il cuore pulsante da cui lo stesso ebbe origine a partire dal 1896 (per questo cfr. la sezione STORIA)

Ed è proprio da lì che simbolicamente i degenti ripartono, come a prendere finalmente una boccata d’aria: sembra di vederli, quasi inebetiti per la variante ad una limitante quotidianità, magari divisi in gruppi, a cercare la borraccina e poi ad emozionarsi o perché no ad arrabbiarsi nel posizionare le statuine, il tutto sicuramente sotto gli occhi vigili degli operatori e quelli caritatevoli dei frati.

Natale come rinascita?

Il presepe di San Girolamo non era importante solo per loro, ma per tutta la cittadinanza: collocato nella stanza adiacente alla Chiesa la occupava completamente con le sue grandi statuine; inserendo un soldino, era possibile attivare un carillon che suonava, mentre Gesù Bambino si muoveva.

Insomma, non un presepe ma una vera festa di bellezza: prima nel farlo, per il peso che aveva per la quotidianità dei pazienti, poi per quanto significava per chi andava ad ammirarlo, magari godendosi l’atmosfera magica che creava.

E se il presepe è la rappresentazione della famiglia, non esiste famiglia più bella di quella improvvisata fra chi non per scelta, lontano dai propri congiunti, si riunisce in un’attività pratico-artistica di tradizione, per varcare i confini del proprio disagio mentale, alla ricerca di inclusione, incontrando l’accoglienza dei frati a fianco alla cura degli
operatori.

Natale in famiglia, in città

Ma “la famiglia” che va ben oltre la parentesi di San Girolamo col suo presepe e abbraccia la città tutta: negli ultimi anni della storia dell’ospedale psichiatrico, probabilmente nel momento non semplice di riconversione e passaggio da Manicomio a ente di riabilitazione sociale, durante le festività, i degenti escono, non solo per tornare per breve tempo dai propri congiunti o per una cena al ristorante, ma per recarsi nelle case dei Volterrani di loro conoscenza, a portare gli auguri, e d’altro canto al contempo i familiari dei “malati” arrivano a Volterra per trascorrere le feste coi loro congiunti ricoverati: una parola tira l’altra ed ecco che nascono relazioni, amicizie, legami che vanno ben oltre la contingenza, si supera il confine fra le famiglie dei malati e quelle degli operatori e nascono amicizie durature che porteranno negli anni a belle condivisioni.

È in questa dimensione di mescolanza fra Manicomio di Volterra e città, fra ruoli sicuramente distinti nella relazione di cura, ma di grande vicinanza nella dimensione umana che può accadere che un paziente, in visita dalla famiglia di un infermiere, nel vedere di fronte a sé la bimba dell’operatore, a cui ha portato in dono una calza della Befana ricca di dolciumi, inizi a tremare, notandone la somiglianza con la propria figlia.

Di fronte alla preoccupazione degli altri sulle sue condizioni di salute, rassicura: “Siamo emozionati”.

Succede semplicemente così: i ricordi del passato si mescolano ai dolori e alle gioie del presente, insieme a chi si era, chi si poteva essere e chi siamo diventati, a volte per caso, mai per scelta.

Forse per il clima festivo che riattiva i ricordi, rende più sensibili, “emozionati”.

Ma Volterra non è sorda: ascolta, accoglie, si preoccupa.

Ha cura.

Si fa luogo di cura non solo nel definito spazio del Manicomio.

E soprattutto “memorizza”.

Perché quella bimba di nome Angela, attonita di fronte ad un malato tremante nel guardarla, ce ne porta oggi voce, nel filtro dell’emozione: quella di Lui, il malato di ieri, la nostra oggi.

Un miracolo di Natale?

Forse, se volete.

O meglio: la storia della vita che intreccia relazioni, ben oltre la malattia mentale, nella più schietta, essenziale, vera, dimensione umana.

Grazie a Angela, Angelo, Brunella, Ottorina, per i loro ricordi preziosi che fanno le nostre parole.

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