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Dalla Casa di espiazione e dalla Casa del dolore (seconda parte)

Dalla Casa di espiazione e dalla Casa del dolore (seconda parte)

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L’Elettrico – Sua Maestà – Microcefali.

Ci fu fatto osservare un matto, grosso dalla fisionomia calma di buon borghese, il quale volle farmi provare la scossa elettrica di sua invenzione, toccandomi leggermente il braccio e guardandomi fisso.

Naturalmente non sentirai nulla, ma egli si persuase che il fluido avesse agito su di me.

Pover’uomo!

Vidi Sua Maestà!

Un tale dai folti baffi grigi che mi parlò della sua «Consulta»; vidi una giovane dalle mosse agili e leziose: dal viso giallo e stanco, dagli occhi bellissimi di azzurro oltremare, dai capelli biondo cenere.

Rideva di un riso squillante e convulso quando il Direttore le carezzava le gracili spalle, e gli rivolgeva parole insultanti che il buon Direttore filosoficamente si prendeva: seppi che essa era una giovane di Pisa, sorella di un noto professionista di quella città.

La compiansi infinitamente.

Vidi poi due o tre donne imbecilli (presso un gruppo di pazzi alcolici dal volto rosso e turgido, inebetito), grasse, losche, ributtanti. 

Una di esse aveva un’espressione orribile nella bocca tumida, a becco di uccello, un’altra, quasi cieca, aveva una strana conformazione oftamica: mancava assolutamente di iride: sul bianco della cornea spiccava la pupilla bruna, grande, rotonda, appena appena sfumata su la circonferenza.

Mentre il Direttore mi faceva osservare queste stranezze, vidi calare un umore giallastro e denso da quell’occhio doloroso e cupo.

Mi fece orrore. 

– Questa, disse il direttore, accennando a una donnetta bruna, dalla faccia seria stranamente triste, è la signora maestra M… di Pisa.

Aveva il capo ravvolto da una sciarpa rossa a fili gialli, e aveva una fisionomia di monaca mancata.

Guardandoci fissamente, accusò il Direttore di essere troppo autoritario, e ci fece un inchino sostenuto, sempre con le braccia conserte, senza volerci porgere la mano e incaricandoci di salutare molte persone di Pisa.

Vicino vidi un pazzo che si era adornato il berretto di tela, la giacca e le scarpe con cuciture a filo colorato, crocifissi e bottoni di vario genere.

Più in là alcune pazze ridevano ridevano altamente, seduto in fila su le panchine sotti gli alberi.

– Povere ragazze, osservò il «senatore» toccandomi un braccio, e mi additò due o tre giovanette chete, di cui una microcefala come non mai ne avevo viste, la quale manifestava solo con in composti gridi la gioia e il dolore.

Fu ritratta accanto al testone osservato poco prima: i due cervelli sono curiosissimi e possono servire come modelli per studi antropometrici.

Sottovoce intanto il buon «senatore» diceva al collega livornese:

– guarda che belle infermiere ci sono. Infatti tutte le infermiere sono bellissime ragazze su la ventina, forti, snelle e simpatiche.

– Guarda che fianchi ha quella morettina…Che occhi ha quella biondina ritta la accanto!…

Francamente, il caro «senatore» aveva buon gusto e l’amico glielo disse.

Caro mio, rispose, avessi visto che bella figliuola c’era tempo fa: era monaca ma… – e fece un gesto espressivo.

Me ne ero quasi innamorato.

Così dicendo colse un bocciolo di rosa maggese fresco e profumato e lo porse al concittadino come ricordo.

I furiosi

Passammo in un recinto contornato da un’alta palizzata di legno su cui era inchiodato un reticolato di acciaio.

Qui – spiegò il dottor Scabia – stanno i furiosi, i violenti, e son liberi di far tutto ciò che vogliano, anche di spezzare le palizzate.

D’altronde è meglio così che lasciarli con gli altri più miti e calmi.

Tutti quegli uomini che sedevano attorno al vastissimo cortile quadrato, su lunghe panche di legno, parlavano, ridevano, inveivano, gridavano tutti insieme, e il rumore di tutte le loro voci confuse produceva un frastuono caratteristico e strano, su cui si elevava tratto tratto un grido più forte, una esclamazione più acuta.

Saranno stati circa un centinaio: pensai ad Astolfo che andò nella luna a cercare il senno di Orlando e vide i cervelli di tutti i pazzi racchiusi in piccoli anfore.

Ermeticamente chiuse.

Dove sarà andata l’intelligenza di quei 100 alienati urlanti?

Come si sarà disperso quel liquore sottile e molle atto a esalar, se non si tiene ben chiuso?

Uno di quei pazzi, dal volto bianchissimo, la fronte spaziosa, gli occhi orribili insorse contro un collega urlando, con la schiuma alle labbra:

– Traditore…! Traditore…! Il mio meccanismo!

E mi mostrò i pugni, seguitando a inveire con la sua voce alta, dalle risonanze acute, metalliche.

Accanto a lui un bell’uomo dalla barba folta biondissima, dagli occhi azzurri vivaci e lucenti, gridava:

– È ora di finirla con questa burattinata della Bevilacqua La Masa!… è ora di finirla!…

Guardava fiso dinanzi a sé, e aveva -rammento benissimo- il berretto di tela bianca azzurra calcato su la testa fino alle sopracciglia foltissime e dorate.

Sapemmo che costui era l’avv. T…

Egli stesso, a un certo punto, gridò verso di noi il suo nome, la sua patria e la sua qualità, con tale accento che mi sconvolse.

L’«Azuturia»

– Ora osserverete uno strano tipo di paranoico, disse il dott. Scabia.

E fece cenno a un individuo alto e poderoso di avvicinarsi.

Si avvicinò a piccoli passi incerti, carezzandosi la incolta barba nera ove brillavano alcuni fili argentei.

Giunto presso a noi si tolse con un gesto calmo e rispettoso la berretta, che rigirò tra le dita lunghe e ossute.

– Costui, disse il Direttore, ha la fissazione su l’«azuturia». Sostiene di essere stato «azotato» a Venezia da una monaca.

– Azotato?!

– Già. Crede che gli sia stato insinuato per tutta la persona un fluido potente: l’«azuturia», il quale gli sia entrato nelle vene e lo avveleni a poco a poco.

Osservate come è sospettoso di tutto e di tutti.

Provate ad avvicinarvi a lui, a toccarlo, ed egli retrocederà; provate a passargli dietro la persona, e lo vedrete rivolgersi: teme continuamente di essere azotato.

Infatti il disgraziato, quando gli passammo di dietro, indietreggio lento e ci guardo.

Noi ci ritraemmo, ma egli rimase sempre (mentre con voce fioca rispondeva ad alcune domande del Direttore) su l’attenti, osservando tutti con la coda dell’occhio, e tenendo le mani lungo la persona, pronto a respingere qualsiasi tentativo di intossicamento proditorio.

– Andate ora, disse il Direttore chiamandolo a nome, e stringendogli la mano.

Non abbiate timore che non «azuturia». Presto guarirete, vero?

L’infelice annuì e si allontanò a passi incerti e lenti, come un povero bambino consolato.

Un giornalista

Si avanzò verso di noi un uomo di alta statura, di complessa corporatura, col volto rosso, gli occhi chiari, capelli e barba candidissimi.

Aveva l’aspetto di un generale in riposo o di diplomatico in vacanza.

– Questi, disse il Direttore era un valente pubblicista: il giornalista Fe… di Ventimiglia che fino a pochi anni fa, scriveva sul «Caffaro».

Egli con voce squillante ci raccontò di quando era stato uomo sano, ci parlo dei suoi viaggi in Asia e in Africa e delle sue grandi conoscenze nel campo giornalistico e politico.

Adolfo Zerboglio
Onorevole Adolfo Zerboglio

Il Direttore presentò il povero Fe all’on. Zerboglio che ci accompagnava nel giro doloroso e importante in quei luoghi di pena e salute.

Il giornalista si inchinò con gesto amichevole e gli rivolse alcune questioni alle quale l’on. Zerboglio risposte.

– Voi dovete conoscere bene il mio caso alla Camera!, Esclamava il povero alienato, e si raccomandava che si occupassero di lui – Indi riprese a narrare le sue gesta e noi lo lasciamo seguitare.

Allontanandoci con la tristezza nell’anima sentiamo ancora per un poco la sua voce squillante e veemente, poi anche essa si confusa nel frastuono generale e nel tumulto delle altre mille grida incomposte.

Gli Epilettici

Passammo in un cortile simile a questo, destinato alle folli violente e furiose o, perlomeno, pericolose.

E vidi, accanto ad una giovane bella infermiera, una bambinetta dal visino magro, dagli occhietti umidi e celesti.

Le carezzai il mento aguzzo e i capelli biondi riccioluti.

Era una epilettica, un po’ idiota, ma dal volto appariva tanta mansuetudine e tanta vivacità che stentai a crederlo.

– Vedesse quando la prendono i soliti insulti!… Mi disse l’infermiera. Povera piccina!

Lì presso ne vidi un’altra, affetta dalla medesima terribile infermità.

Era più grossa, portava i neri capelli lisci, tagliati sulla fronte in frangia regolare, e aveva una grande dolcezza negli occhi nerissimi.

Soltanto la bocca grossa e semi aperta in atto di perpetuo stupore, mi rivelò lo stato doloroso della sua intelligenza.

– Sta buona, cara – le disse la infermiera carezzandole il visetto e la fronte, ove era il segno rossastro di una caduta.

Infatti gli epilettici quando cadono a terra nell’ultimo insulto si feriscono quasi sempre al capo, ma alcuni alla periferia cioè alla fronte, altri al vertice, cioè al sommo del capo.

Vidi un epilettico che per la quattordicesima volta era caduto ferendosi al capo, e gli era stata chiusa la ferita ultima con alcuni punti.

Seduta sopra la bassa panca di pietra costo alla muraglia, era una giovane donna, immobile.

Aveva le gambe incrociate sotto la gonnella chiara, la giacchetta azzurra un po’ stretta che lasciava indovinare le forme agili e opulente del seno.

Il collo bruno, statuario sosteneva una testa bellissima, dai capelli castani lunghi, avvolti in trecce sul capo.

E tutta la testa era fasciata noncurantemente da una pezzuola verde a fiorami cupi, fermata alla tempia sinistra con un grosso nodo.

Pareva una statua di contadina in riposo o di marinaio in attesa.

Ci disse il suo nome: Teresa nata a S. Remo, e ci pregò di scrivere al Papa una lettera perché voleva farsi monaca.

– Ma non maritale! Aggiunse con uno scoppio di rissa folle e altissimo, che scoprì la gengiva superiore priva di denti.

Povera bella Teresa!

Passai avanti con un sospiro, ed entrai (per un lungo corridoio ove erano apparecchiate le tavole per il pranzo dei pazzi) in una stanza quadrata.

Una quantità di donne, per lo più vecchie, cantavano con voci discordi un motivo di chiesa.

Tra esse era un bambino idiota, piccolissimo, e una donna discinta che si cacciava le mani nei lunghi e disciolti i capelli pronunziando ad alta voce parole, preghiere, minacce incomprensibili, rivolte forse a qualcuno di là molto lontano.

Finalmente uscimmo da quelle stanze e seguimmo il dott. Scabia in una elegante saletta sul giardino ove ci fu offerto un leggero e graditissimo rinfresco.

Di là entrammo nel giardino del Manicomio, ove il direttore ci fece posare, per un gruppo fotografico.

Accanto a noi era il «senatore» gioviale e simpatico che fumava il suo mezzo sigaro.

Mentre l’obiettivo scattava, una povera folle, (della quale non riuscimmo a vedere il viso) dietro una finestra al primo piano elevò la sua voce finissima, pura, angelica cantando in francese un motivo lento e melanconico della Madame Angot

– È una francese affetta da mania religiosa, disse il Direttore.

– È molto brutta però, osservò il senatore.

E con questa nota triste e comica ci allontanammo.

Finalmente uscimmo da quell’edificio, ove più centinaia di folli riempiono l’aria dei loro gridi, delle loro risate, dei loro gemiti, riflesso di tutti i loro sentimenti e di tutti i loro pensieri dolorosi.

È vita quella?…

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