Come il manicomio di Volterra ha cessato di essere prigione

20 . 07 . 1976

Dalla umanizzazione dell’istituzione al lavoro sul territorio

Attraverso la storia di un ricoverato le tappe del lungo processo per il suo reinserimento – L’incontro con la famiglia, con il comitato di quartiere, con i sindacati e il maresciallo – A colloquio con il professor Pellicanò direttore dello Psichiatrico

Dal nostro inviato

VOLTERRA, luglio

Renato è un degente dello ospedale psichiatrico di Volterra.

Ha circa 45 anni.

Come il manicomio di Volterra ha cessato di essere prigione
Come il manicomio di Volterra ha cessato di essere prigione

È disoccupato.

Lo è da quando, molto tempo fa, lasciò il Friuli e il suo lavoro di contadino.

Arrivato a Rosignano, la città della Solvay, sperava di diventare operaio.

Ha sette figli che vivono con la propria madre al a Castello.

Il quartiere-ghetto di Rosignano Marittimo.

Qui in stanze-grotte, ricavate da vecchie mura, abitano decine e decine di nuclei familiari di sottoproletariato.

Molti lasciano il Castello solo per finire in carcere o in manicomio (all’ospedale psichiatrico di Volterra su 850 pazienti novanta provengono dal Castello).

Renato e uno di questi emarginati fra gli emarginati.

Fu portato in manicomio circa sei anni fa con l’ordinanza di un maresciallo, per una sbronza più violenta delle altre.

Aveva urlato, distrutto un tavolo, picchiato la moglie. «Dentro» però non beve.

Per il suo modo di fare umano e semplice è rispettato da tutti.

Lavora, aiuta gli altri, collabora con gli infermieri.

Viene dimesso una prima volta, ma « fuori » la disoccupazione, le liti con la moglie e di nuovo la «sbronza».

Torna al reparto.

Per sei anni la sua vita si è trascinata così, fra brevi dimissioni e il rientro in ospedale.

Una vita coperta dalla anonima etichetta di «alcolista».

Abbiamo scelto la sua storia per raccontare, con le parole di medici, infermieri e operatori sociali, come si realizza, concretamente, il processo di umanizzazione di una istituzione, quella manicomiale, fra le più violente che questa società abbia saputo produrre.

Ma anche e soprattutto come «fuori », nella riscoperta della storia del malato, nella ricostruzione della sua identità, nella riproposizione della sua storia all’esterno (a quell’esterno che lo ha voluto segregare), nel provocatorio lavoro di coinvolgere e responsabilizzare gli «altri», i diversi da Renato (che è un diverso fra «normali»), nell’impatto con il sociale cioè, si tenta realizzare la «negazione dell’istituzione» manicomiale.

Le tappe di questo processo, nel nostro racconto sono sinteticamente tre: l’incontro di Renato con i «nuovi» medici; l’incontro dell’equipe sociale con la famiglia di Renato; le iniziative con il comitato di quartiere (con il maresciallo), con le forze sociali, con i sindacati, con la gente, insomma, perché la malattia di Renato divenga un fatto « collettivo», sia socializzata, sia gestita socialmente.

Per raccontare la prima fase è necessario ricordare quanto, in termini di umanizzazione, è stato fatto nell’ospedale psichiatrico di Volterra.

Ce lo spiega il direttore professor Carmelo Pellicanò, un uomo dal viso dolce e dal forte accento meridionale.

Ci riceve nel suo studio, appesantito da invadenti suppellettili di alabastro, la pietra di Volterra. («Arriva la pietra» ha significato per anni, arriva un altro malato, una nuova fonte di lavoro e guadagno), « In un anno — esordisce — abbiamo dimesso, o «sconsegnato» (come si dice in gergo manicomiale) circa 400 pazienti, anche se gli attuali 850 sono ancora troppi».

Ci viene in mente un gustoso paradosso: il sogno di un direttore di un manicomio era (ma purtroppo lo è ancora per molti) dirigere il più grande ospedale, con il maggior numero di matti»; il sogno dei nuovi direttori — da Basaglia a Pirella, a Slavich, a Pellicanò — è quello di chiudere il proprio ospedale, di non avere più nemmeno un malato. Il complesso ospedaliero di Volterra è stato suddiviso per zone».

Abolito il reparto di accettazione-osservazione e la mostruosa catalogazione comportamentale (violenti, suicidi. tranquilli…) i pazienti sono stati riuniti a seconda della loro zona di origine: Cecina, Piombino, Cascina, Pontedera, Rosignano, ecc.: tutte comprese nelle aree di Pisa e Livorno.

Anche se sono stati spezzati i segni più appariscenti della segregazione (cancelli, porte sbarrate, chiavi e chiavistelli).

Severissima è la selezione per i malati che ancora vengono spediti dal maresciallo.

Ingresso assolutamente libero invece per parenti. cittadini, visitatori e bambini.

Per i minorenni e handicappati si tenta fino all’ultimo di non ricoverare nessuno, a meno che non abbia urgente bisogno di un intervento medico

Sono stati soppressi gli squallidi sai.

All’ex reparto «donne agitate» (ora zona Piombino) ci sono le tracce delle panche dove «le matte» restarono legate intere giornate, e questo solo fino a qualche anno fa.

Oggi la stanza è pulita, c’è uno specchio, l’orologio, alle pareti i disegni dei pazienti o i ritagli di giornali.

«Umanizzare costa» dice il professor Pellicanò.

Si pensi che la provincia paga sulle 30 mila lire al giorno per ogni paziente. di cui 9 mila per interessi passivi.

Perché le zone?

«Perché — è la risposta — bisogna ristoricizzare il malato, perché bisogna sondare e scoprire dentro la sua vita, nei suoi rapporti affettivi, interpersonali o sociali, tutti suoi bisogni, che il più aggressivo bisogno della malattia ha coperto».

Alla precedente «lunga mano» del manicomio sul territorio si sta tentando di contrapporre un rapporto centripeto fra territorio e reparto.

«Qualcuno teme che così si possa psichiatrizzare la zona — aggiunge il direttore — che si possa cioè esportare nel territorio una concezione manicomiale.

È un rischio che corriamo.

D’altronde oggi come oggi non esistono ricette: noi lavoriamo anche su ipotesi tutte da i verificare, su una prassi che si misura giorno per giorno».

Giornata in ospedale

Volterra è isolata, in cima ad un colle e il suo manicomio — a differenza per esempio di quello di Arezzo, che in qualche modo fa parte della città — é stato costruito in modo da essere a sua volta isolato da Volterra.

«Raccogliamo i malati di due province e questo rende ancora più difficile il nostro lavoro, il nostro rapporto con l’esterno.

Quindi la « zonizzazione » dei reparti nasce anche da una esigenza pratica, di funzionalità operativa.

La giornata in ospedale, dei medici, infermieri (ce ne sono 800 compresi gli amministrativi, ma ora finalmente le assunzioni sono state bloccate) trascorre tra dibattiti e assemblee.

Di sera in ogni reparto si fa il punto del lavoro svolto, si discutono i problemi dei singoli pazienti o quello caso mai sollevato dall’infermiere che protesta perché con questo nuovo metodo il lavoro è costretto ad andare a spese proprie, fuori dell’ospedale, a casa di quel certo malato.

In questa nuova dimensione umana il medico incontra Renato: «mi ha colpito subito, era gentile, sensibile, amato da tutti. Anche dopo numerosi colloqui non sono riuscito a riscontrare alcun disturbo. Ripeteva: sto qui per ‘ qualche sbronza, ma fuori sto peggio».

Inizia la seconda fase dell’intervento terapeutico, quella del rapporto con la famiglia.

Con difficoltà le prime volte perché la moglie e i figli sono prevenuti e intimiditi.

Ma poi via via, il contatto cresce; si superano alcune i barriere, si cominciano a capire i problemi interni al nucleo familiare.

La moglie rinfaccia al marito di non avere un lavoro, mentre lei va tutte le mattine in campagna e ci resta dieci ore.

Il loro rapporto affettivo è profondamente in crisi.

Nella zona ci sono voci e si fanno pettegolezzi.

Dagli appunti dei medici leggiamo: «la moglie è preoccupata di perdere il sussidio, una volta che il marito fosse dimesso (si tratta di 45 mila lire al mese)… la donna ci appare abbastanza abile nel sottolineare che solo grazie a lei i figli si sfamano… ci è parsa chiusa al rapporto affettivo con il marito ».

L’uomo che è stato più volte accompagnato a trovare i suoi si comporta in modo imbarazzato: «appare succube e impotente ad uscire dai suoi conflitti».

(Ci preme fare una riflessione che non ha avuto e non poteva essere altrimenti, risposta: solo perché la donna è riuscita a «difendersi», a scapito del marito, la si deve considerare responsabile della sofferenza di Renato, o non è piuttosto necessario capire anche la sua «aggressività»?).

A conclusione di una serie di incontri gli operatori, la moglie e Renato arrivano ad un compromesso: lei accetta il ritorno del marito a casa, ma con un lavoro stabile, e con la garanzia di essere libera e di continuare a lavorare nei campi.

I figli di Renato li abbiamo incontrati in un pomeriggio piovoso: alcuni erano sulla strada, altri in casa.

Due stanze, senza servizi, una miseria spaventosa, sporcizia ovunque (al Castello l’acqua arriva per poche ore, d’estate). La più grande dei figli ha appena superato i 10 anni.

Pensa agli altri.

Da un rapporto dell’equipe risulta che: «dimostra sempre più tutti segni del suo conflitto; avverte anche balbuzie, non va più a scuola, è chiusa nelle responsabilità della casa».

Anche un altro figlio di Renato ha grosse difficoltà psicologiche.

Clima di solidarietà

Terza fase dell’intervento (quella in pieno svolgimento).

Si è cominciato con incontri con il comitato di quartiere, con le forze dell’ordine e i medici responsabili dei «facili» ricoveri di Renato.

Si mira a stimolare un clima di solidarietà anche affettiva nei confronti dell’uomo.

Si spiega al maresciallo la situazione invitandolo a sdrammatizzare una prossima eventuale sbronza, caso mai con un ricovero in un ospedale civile, per qualche notte.

«Il maresciallo — dice il rapporto — pur nel suo ruolo tradizionale di difesa dell’ordine, si è mostrato comprensivo: comunque appare vincolato al parere del medico».

Si cerca il medico più volte, ma non si trova, un suo sostituto dichiara che non sa niente di Renato.

A conclusione delle discussioni con il comitato di quartiere si è tutti d’accordo che la cosa più importante è proteggere la personalità del malato sfibrata dai problemi e dai sei anni di ricovero in manicomio.

Bisogna ora trovare un lavoro a Renato e con lo stesso comitato di quartiere si stabilisce di realizzare due incontri con il consiglio di zona e con gli altri organi «competenti».

Intanto si svolgono riunioni con il sindaco e l’assessore alla cultura per parlare dei problemi d’emarginazione al Castello, invitandoli ai dibattiti e alle assemblee organizzate dall’ospedale psichiatrico.

Si sollecitano gli enti locali (in particolare le «province» di Livorno e Pisa) ad un maggiore e più concreto impegno per una gestione diretta della medicina e dell’igiene sociale e mentale, ad un recupero totale della delega data a medici e operatori.

Renato è stato dimesso, ma vive ancora molte ore in ospedale.

Esce spesso e va a  parlare con i figli.

Il lavoro per ora non ce l’ha.

La sua storia non si è ancora conclusa.

L’abbiamo raccontata per spiegare come si lavora «sul territorio», cosa significhi togliersi di dosso la vecchia inerzia manicomiale e armarsi di entusiasmo e coraggio per tentare di scoprire soluzioni nuove.

«La apertura dell’ospedale psichiatrico al sociale — scrive il professor Agostino Pirella, direttore dell’ospedale psichiatrico di Arezzo nel numero 29 dei « fogli di informazione » — ha significato apertura degli operatori ai bisogni che emergono dal paziente, ma anche a quelli del suo contesto, e disponibilità di fronte alla critica e alla contestazione di chi tradizionalmente ne è escluso ».

La storta di Renato conferma questa osservazione.

Ma il futuro di questo paziente conferma anche un’altra riflessione di Pirella: «lottare contro la violenza delle istituzioni della repressione e della segregazione per giungere all’impatto con il sociale, con il mondo della penuria, con la crisi economica sociale e con le sue conseguenze sulla vita della gente, non può aprire ottimismi o chiudere bilanci di soddisfazione ».

Francesca Raspini

l’Unità – martedì 20 luglio 1976


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