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Aspettava la domenica

Anselmo si trovava in Piazza Garibaldi a La Spezia. Vi si era fermato per curiosità, perché c’era tanta gente accalcata ad aspettare. 

“Che cosa succede?“, chiese con ingenuità ad un signore lì presente. “Come, non lo sa? Stiamo aspettando che parli Mussolini. Forse entriamo in guerra al fianco dei Tedeschi.”

Il Duce, infatti, a breve avrebbe parlato a Roma, affacciandosi dal balcone di Palazzo Venezia, e il suo discorso sarebbe stato trasmesso attraverso la radio, contemporaneamente, in tutte le principali piazze italiane.

Il popolo aspettava e anche Anselmo si fermò per sapere.

Alla voce di Mussolini modulata per le occasioni importanti, risoluta e con qualche accento aggressivo, la folla esultò.

Senza tanti giri di parole il Duce annunciò l’entrata in guerra dell’Italia.

Era il 10 giugno 1940.

Sembrava che fosse quella una gran bella notizia, perché la gente espresse un entusiasmo indescrivibile.

Su Anselmo, invece, quelle parole ebbero un effetto di stupore angoscioso. 

Lasciò la piazza turbato e salì di corsa verso Fabiano, che si trovava ai bordi dei monti e dove abitava con la famiglia in una casa in affitto.

Era quasi arrivato, quando cominciò a urlare richiamando l’attenzione della moglie: “Nina, Nina! È scoppiata la guerra!”.

Nina, che lavorava in arsenale come lavandaia, era da poco rientrata e seppe solo ripetere le ultime parole:

”La guerra?”

“Sì, ha parlato adesso Mussolini, l’Italia si è schierata con i Tedeschi.”

“E adesso cosa facciamo?“, disse Anselmo.

“Stai calmo, affronteremo anche questa. Noi la nostra guerra l’abbiamo già avuta.”

Eh già…, la loro guerra c’era già stata ed era finita con una sconfitta drammatica.

Anselmo e Nina abitavano adesso a La Spezia, ma provenivano dalla provincia di Reggio Emilia, in particolare da Albinea.

Erano stati due giovani, che si erano sposati convinti di andare incontro ad un futuro promettente e luminoso sostenuto da un’ottima condizione economica.

Erano, infatti, ambedue benestanti, ma soprattutto i genitori di Anselmo, i Maffei, proprietari terrieri e commercianti di vino, erano ricchi .

Nina aveva solo diciannove anni quando entrò in quella famiglia portando la sua dote, come usava allora.

Anselmo, poco più grande di sua moglie, era il più piccolo dei fratelli e non aveva mai svolto incarichi di responsabilità.

Poi quella vita, che scorreva tranquilla tra agi riservati a pochi, conobbe la tragedia.

I Maffei persero tutto per tanti fattori concomitanti, in primo luogo la crisi degli anni ’30 che li trovò impreparati.

Fu così che Anselmo, sempre elegante come un damerino, conobbe per la prima volta l’umiliazione e un’atroce sofferenza cadendo nel baratro della povertà.

Fu costretto ad avventurarsi in una vita che non conosceva. Non possedevano più nulla e anche Nina perse quella dote che aveva portato in famiglia.

Avevano due bambine di pochi anni e qualcuno doveva pur lavorare, per portare il pane a casa. E lui   si adattò a fare perfino il garzone in campagna, ma quei soldi che guadagnava non bastavano. 

Decisero allora, anche per sfuggire al ricordo di quello che erano stati, di emigrare a La Spezia dove avevano dei parenti e dove   l’arsenale e tutte le attività ad esso collegate offrivano molto lavoro.

Nina vi trovò subito un’occupazione come lavandaia. Un posto buono, perché sicuro e non soggetto a precarietà.

Anselmo, invece, faceva fatica ad adattarsi e a mantenere un lavoro.

Lui che era stato un padrone, mal sopportava lo stare sotto le direttive di qualcuno che lo comandava e spesso inveiva contro i compagni di lavoro esprimendo, dicevano, manie di grandezza. 

Aveva le mani d’oro, ma era incostante e dunque cambiava spesso mestiere.

Non era più l’uomo mite e dolce che Nina aveva conosciuto e questi comportamenti eccessivi la preoccupavano, tanto che si era rivolta anche al loro medico curante.

Una cura ricostituente sembrava avere calmato quell’aggressività manifestata in varie occasioni.

Nina sopportava tutto questo, silenziosa, comprendendo bene quello che il marito provava, mentre la sua bellezza sfioriva. Lei che era stata una bella ragazza bionda, formosa e dai grandi occhi azzurri, adesso era magrissima, con il viso smunto e l’espressione tristemente austera.

Ecco, quella era stata la guerra che aveva portato alla distruzione la loro vita precedente.

“E adesso?“, ripeteva in modo quasi parossistico Anselmo, mentre Nina preparava la cena.

“E adesso aspettiamo”, disse Nina, la più equilibrata e forte tra i due.

Certo la situazione era inquietante, perché La Spezia era un porto militare e poteva essere un bersaglio in qualsiasi momento.

Nina, in cuor suo, faceva delle congetture.

Se Mussolini aveva deciso l’entrata in guerra dell’Italia, pensava, era perché i Tedeschi avanzavano vincitori e poi sembrava che quella dovesse essere una guerra “lampo”, una guerra cioè destinata a concludersi presto con la vittoria della Germania e dei suoi alleati. 

Anche se non lo dimostrava era, però, molto preoccupata, ma doveva fare finta di niente per il marito, così fragile psicologicamente.

A cena Anselmo quasi finì il fiasco di vino.

“Bevi troppo”, disse Nina, ”Te lo ha detto anche il dottore che non devi bere.”

I giorni successivi trascorsero nel tentativo di rendere a sé stessi famigliare l’idea che erano in guerra, una guerra, che fortunatamente ancora pareva lontana e sembrava limitata ad aiuti militari ai Tedeschi.

Una mattina Nina ricevette un telegramma. 

Suo fratello Luigi l’avvisava che la zia materna Matilde stava per morire e dunque la sollecitava a partire per Scandiano, suo paese di origine.

Nina era particolarmente legata a questa zia, che aveva allevato lei e suo fratello rimasti orfani troppo presto. 

Riferì la notizia al marito. 

“Che dici, vado a Scandiano? Te la senti di rimanere qui da solo? Qualcuno deve rimanere a guardia della casa.”

“Sì, sì, vai pure. Io sto bene”, rispose Anselmo.

Nina fece i bagagli in fretta, poche cose da portare per sé e le bambine.

Non si sarebbe trattenuta molto, sapeva di non poterselo permettere a causa delle fragilità di suo marito.

Sua zia l’aveva aspettata.

Era spirata qualche ora dopo e Nina fu contenta di averle potuto tenere la mano.

Al suo ritorno a La Spezia, una vicina le corse incontro.

“Nina, Nina!!

Tuo marito sta male.

È da ieri che lo sentiamo urlare.

Grida di sentirsi perseguitato e minaccia di ammazzare chiunque gli possa capitare a tiro.”

A Nina il cuore salì in gola e con molta paura entrò in casa con le figlie.

Lui era riverso sul tavolo della cucina, ubriaco, con il fiasco di vino davanti vuoto.

“Anselmo, Anselmo… Svegliati su! Sono tornata!“

Anselmo aprì gli occhi.

Lo sguardo era perso, ma mansueto.

Nina lo aiutò a sdraiarsi sul letto, dove, finalmente tranquillo, dormì fino al giorno dopo.

Nina capiva che quella non era più una situazione tollerabile, perché il marito cominciava ad essere troppo aggressivo.

Andarono insieme dal loro medico curante che parlò in modo chiaro e risoluto rivolgendosi soprattutto ad Anselmo: “Ti devi curare presso degli specialisti.” 

“E come si può fare, dottore?“, chiese Nina.

“Bisogna ricoverarlo.

C’è a Volterra un ospedale psichiatrico all’avanguardia.

Se è d’accordo le faccio una lettera per farlo internare d’urgenza.”

“Va bene, dottore” dissero tutti e due, quasi all’unisono. Anche Anselmo, pur nel suo stato confusionale, era consapevole di stare male.

Nella lettera redatta dal medico per l’ammissione c’era scritta la diagnosi: Alienazione mentale che lo rende pericoloso a sé e agli altri.

Spaventava quella frase.

Prima di tornare a casa passarono a casa di certi cugini, che li avevano molto aiutati al loro arrivo a La Spezia.

Nina raccontò la situazione e chiese il loro aiuto per andare a Volterra.

I chilometri non erano tantissimi, poco più di cento, ma con il treno ci volevano diverse ore ed erano previsti anche alcuni cambi.

Il cugino più grande, Giulio, si offrì volentieri.

La sua famiglia avrebbe avuto cura anche delle bambine.

Decisero così di partire subito, il giorno dopo, con il primo treno.

Nina preparò la valigia di Anselmo.

Sapeva benissimo che la biancheria e i capi di abbigliamento (fra cui un vestito completo, un cappello, una cintura e dei gemelli) gli sarebbero stati tolti per essere sostituiti da una divisa uguale per tutti i pazienti.

Ma quella valigia piena della sua roba migliore dava sicurezza a suo marito.

Aveva così l’impressione di portarsi appresso un po’ delle sue cose, come in un viaggio. 

E quello era il viaggio della speranza.

Quando arrivarono alla piccola stazione di Volterra era già pomeriggio inoltrato.

Dovettero fare un po’ di strada a piedi, perché il manicomio si trovava fuori dal centro di Volterra, a Borgo San Lazzaro.

Si trovarono davanti un grande cancello da cui si intravedevano un ampio parco e alcuni edifici di recente costruzione, curati e immersi nel verde.

L’unico indizio, che faceva presumere si trattasse di un ospedale psichiatrico, erano le sbarre alle finestre.

Era una bella struttura, non si aspettavano tanto e il dolore di entrarvi fu così un po’ mitigato.

Suonarono il campanello.

Venne ad aprire un’infermiera alla quale Nina consegnò la lettera del loro medico curante per il ricovero d’urgenza.

Furono accompagnati nella palazzina dove riceveva il direttore, attraversando così il parco popolato da tanti pazienti sorvegliati dagli infermieri.

Quello che colpì Nina fu lo sguardo perso nel vuoto di molti di loro.

Del resto, erano “matti” si disse e dunque era normale che fossero chiusi in un loro mondo.

Aspettarono un po’, poi fu fatto entrare Anselmo per il colloquio. 

Nina avrebbe voluto accompagnarlo, ma le fu vietato e dovette aspettare fuori.

In questo modo suo marito non sarebbe stato condizionato dalla sua presenza e l’anamnesi, che il medico doveva fare, sarebbe stata più aderente alle sue reali condizioni di salute.

Rimase con loro l’infermiera che li aveva accompagnati.

Era loquace e di buona compagnia, e diede loro tante notizie su quell’ospedale psichiatrico.

“Deve stare tranquilla signora, vedrà che qui suo marito si troverà bene e guarirà. Questo è un ospedale all’avanguardia.

Sa, è stato il dottore Luigi Scabia a fare tutto questo.

Ha concepito l’ospedale come un villaggio, con tanti padiglioni collegati fra loro e destinati a pazienti diversi per patologia e per gravità della malattia. 

E poi ha creato anche dei laboratori come la panetteria e la falegnameria, perché era convinto che dalla malattia mentale si potesse guarire e dunque compito dell’ospedale, secondo lui, era quello di rieducare il malato per il reinserimento nella società.”

“Me lo aveva detto il mio medico che questo era un ospedale molto moderno e le sue parole mi sono di grande consolazione, perché il mio Anselmo non lo abbandonerò qui. Sono sicura che guarirà.”

“Eh… sapesse, invece, signora quanti malati vengono lasciati qui.

I parenti firmano per internarli e poi non si vedono più.

Qui c’è anche un piccolo cimitero dove sono sepolti i matti, che nessuno più ha voluto.

E pensi il dottore Scabia ha voluto essere sepolto accanto a loro.”

“Il dottore Scabia è morto?”, fece Nina

Pochi anni fa”, rispose l’infermiera.

”Ma non si preoccupi i suoi collaboratori stanno continuando la sua opera.”

Dopo più di un’ora uscì Anselmo.

Il medico disse a Nina di salutare suo marito.

Nina lo abbracciò dicendo: “Anselmo, quando starai meglio, io e le bambine verremo a trovarti tutte le domeniche. Stai tranquillo e pensa a guarire.”

Poi il dottore illustrò a Nina i sintomi della malattia: tremori, stato confusionale, manie di persecuzione e di grandezza, allucinazioni…tranquillizzandola però circa il possibile positivo decorso della malattia. Nina firmò per il ricovero e Anselmo fu destinato al “Padiglione dei tranquilli”.

Già questa collocazione faceva ben sperare.

“Lei signora può tenersi in contatto con me per qualsiasi cosa, mi scriva pure, se lo ritiene necessario, usando i biglietti postali.”

Passarono all’incirca due mesi e finalmente Nina poté cominciare a vedere il marito.

Con grande sacrificio, tutte le domeniche, con le bambine, prendeva il treno e andava a Volterra. Anselmo contava i giorni e quando arrivava la domenica usciva nel parco ad aspettare.

Aspettava la moglie e le sue bambine, seduto sempre sulla stessa panchina, dondolandosi un po’ in avanti, con le larghe mani appoggiate sulle ginocchia.

Intanto la guerra continuava e Nina viveva terrorizzata per le sorti di un conflitto che non finiva, anzi, nel frattempo, si stava estendendo al mondo.

Anselmo stava meglio e dopo poco più di un anno lei fece pressione presso il direttore perché fosse dimesso.

Riuscì nell’intento. Lo dimisero “in esperimento” e dopo due mesi con Decreto del Tribunale di Pisa fu dichiarato guarito.

Anselmo visse il resto della sua vita con questo passato ingombrante, accantonato e volutamente sopito in famiglia.

Ne uscì, però, vincitore, continuando la sua vita da uomo libero. 

Il dottore Scabia sarebbe stato contento di questo successo.

Può capitare a tutti di diventare per un periodo “matti” e Anselmo ebbe la fortuna di essere stato sempre sostenuto , protetto e mai abbandonato. 

Ormai anziano era solito compiacersi per avercela fatta ripetendo ad alta voce:

”Bravo Maffei, bravo Maffei.”


Racconto liberamente tratto da un periodo della vita del mio nonno materno.

Mirella Magi


Maffei Anselmo: Cartella clinica

Aspettava la domenica
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